34. Il dio delle piccole cose – Arundhati Roy

IMG_0020

12 novembre 2017

«Rahel», disse Ammu. «Ti rendi conto di quel che hai detto?»

Due occhi spaventati e una fontana si girarono verso Ammu.

«Va tutto bene. Non aver paura», disse Ammu. «Rispondimi e basta. Ti rendi conto?»

«Di cosa?» disse Rahel con la più sottile delle sue voci.

«Di quello che hai detto», disse Ammu.

Due occhi spaventati e una fontanella si girarono verso Ammu.

«Lo sai cosa succede quando ferisci le persone?» disse Ammu. «Quando le ferisci, cominciano a volerti meno bene. Ecco cosa fanno le parole sbadate. Fanno sì che gli altri ti vogliano un po’ meno bene».

Una fredda farfalla notturna con ciuffi dorsali inusitatamente fitti atterrò leggera sul cuore di Rahel. Dove le sue zampette ghiacciate la toccarono le venne la pelle d’oca. Sei pellodoche sul suo cuore sbadato.

La sua Ammu le voleva un po’ meno bene.

Le parole bisogna sceglierle con cura, le parole sono armi potentissime e bisogna saperle maneggiare. Ed è per questo che, per raccontarvi Il dio delle piccole cose, mi affiderò alle parole, in particolare a quelle che più spesso abbiamo pronunciato durante l’incontro del Club del Libro:

  • India. Arundhati Roy non scrive per compiacere il lettore occidentale, non racconta l’India che visitano i turisti ingenui, ma descrive senza il filtro del pudore la realtà, i gesti quotidiani, gli umani bisogni e le dinamiche di una famiglia del Kerala, stato dell’India sud-occidentale. L’India degli anni ’60-’90 si presenta quindi al lettore in tutte le sue contraddizioni: la meravigliosa potenza delle sue tradizioni (viene ad esempio descritto con maestria il kathakali, una forma indiana di danza-teatro) e, al tempo stesso, la terribile presenza, altrettanto legata alla tradizione, di un sistema di rigide caste.

Non aveva importanza che la storia fosse già iniziata, dal momento che il kathakali ha scoperto molto tempo fa che il segreto delle Grandi Storie è che esse non hanno segreti. Le Grandi Storie sono quelle che abbiamo già sentito e che vogliamo sentire di nuovo. Quelle in cui possiamo entrare da una parte qualunque e starci comodi. Non ci ingannano con trasalimenti e finali a sorpresa. Non ci sorprendono con l’imprevisto. Ci sono familiari come le case in cui abitiamo (…). Nelle Grandi Storie sappiamo chi sopravvive, chi muore, chi trova l’amore e chi no. E ciononostante vogliamo sentirle un’altra volta. In questo consiste il loro mistero e la loro magia. Per l’uomo del kathakali queste storie sono i suoi figli e la sua infanzia. Ci è cresciuto in mezzo.

  • Amore (malato). Il dio delle piccole cose è la storia di una famiglia, una famiglia in cui, però, i legami affettivi sono ambigui, hanno più facce: c’è l’amore che lega due fratelli gemelli, separati durante l’infanzia, c’è l’amore di una madre che paga la “colpa” di amare anche se stessa, divorziando da un marito alcolizzato, c’è una moglie che piange molte lacrime al funerale di un marito che la picchiava, c’è l’amore e la disperazione di un padre al quale viene sottratta la figlia, c’è amore passionale, ci sono pregiudizio, sospetto, cattiveria pura.

Mammachi pianse tanto, al funerale di Pappachi, che le lenti a contatto le uscirono di posto. Ammu disse ai gemelli che Mammachi piangeva perché ormai era abituata a suo marito, e non perché lo amasse davvero. Si era abituata a vederlo gironzolare attorno alla fabbrica di conserve, e si era abituata a una razione di botte di tanto in tanto. Gli esseri umani sono creature abitudinarie, diceva Ammu, ed è sorprendente a cosa sono capaci di adattarsi.

  • Confusione/disordine. Si tratta infatti di un romanzo in cui la narrazione non è lineare, ma un susseguirsi di salti temporali tra il presente ed il passato, che fa perdere il lettore in un dedalo di avvenimenti. Per alcuni questo rappresenta il punto forte del libro, in quanto confonde, sì, le idee, ma col fine ultimo di dare un piacere vero al termine della lettura, ovvero quello di aver trovato e messo insieme tutti i pezzi di un complicato (ma inevitabile) puzzle; per altri questa tecnica narrativa distoglie troppo dalla trama, rendendo non solo difficoltoso, ma addirittura poco piacevole continuare a leggere.

Pioveva, quando Rahel tornò ad Ayemenem (…). La casa sembrava vuota. Porte e finestre serrate. La veranda anteriore nuda. Senza mobili. Ma la Plymouth azzurrocielo con gli alettoni cromati era ancora parcheggiata lì fuori e, dentro casa, Baby Kochamma era ancora viva (…).

C’era mancato poco che nascessero su una corriera, Estha e Rahel. L’auto con la quale Baba, il loro padre, stava portando Ammu, la loro madre, all’ospedale di Shillong si guastò sulla strada tortuosa fra le piantagioni di tè dell’Assam.

  • Storia. Arundhati Roy ha creato anche un altro personaggio, silenzioso, ma che tesse la trama di tutte le vite che popolano il romanzo. La Storia è presente in ogni pagina del libro ed è, al tempo stesso, la Storia del popolo indiano, la Storia dell’umanità tutta e la Storia di ogni singolo individuo. La Storia è una presenza ineluttabile, ma continuamente mutevole e invisibile all’occhio umano, è condizionata da minimi e apparentemente insignificanti gesti, così come dalle più grandi imprese. La Storia segue il suo corso, facendo vittime, incoronando vincitori e gettando nell’oblio i vinti. Almeno a posteriori, però, la Storia bisogna esaminarla, bisogna ricomporne i pezzi, così come è da ricomporre questo libro, che lascia indizi sparsi dalla prima all’ultima pagina.

Forse è vero che tutto può cambiare in un giorno. Che poche manciate di ore possono condizionare l’esito di vite intere. E quando lo fanno, quelle poche manciate di ore, come i resti tratti in salvo da una casa incendiata – l’orologio annerito, la foto strinata, il mobile bruciacchiato – vanno disseppellite dalle rovine ed esaminate. Conservate. Spiegate. Cose normali, piccoli fatti, sventrati e ricostruiti. Impregnati di significati nuovi. Tutto a un tratto diventano lo scheletro sbiancato di una storia.

Secoli compressi in un solo attimo evanescente. La storia sbagliò il passo, fu sorpresa con la guardia abbassata. Fu abbandonata come una vecchia pelle di serpente. I suoi segni, le sue cicatrici, le ferite risalenti ad antiche guerre e i giorni del camminare all’indietro, tutto si staccò e cadde. Al suo posto rimase un’aura, un luccichio palpabile che era facile da vedere come l’acqua in un fiume o il sole lassù nel cielo. Facile da avvertire come il calore in una giornata torrida, come lo strattone dato da un pesce a una lenza tesa. Così ovvio che nessuno lo notò.

  • Poesia.  Il dio delle piccole cose è un romanzo intriso di poesia, la penna di Arundhati Roy è lieve e allo stesso tempo tagliente come quella di un poeta. Il libro è ricco di descrizioni così vivide e di passi così musicali che i cinque sensi quasi si confondo, si mescolano nel leggere la storia.  È evidente però che anche questo è un aspetto che non tutti i lettori apprezzano, in quanto le lunghe pagine descrittive interrompono più e più volte il ritmo della narrazione.

Estha era sempre stato un bambino silenzioso, così nessuno fu in grado di stabilire con qualche precisione (l’anno, se non il mese o il giorno) quando esattamente avesse smesso di parlare. Smesso del tutto, cioè. Il fatto è che non c’era un «esattamente quando». Estha aveva chiuso bottega calando a poco a poco la saracinesca. Un acquietarsi quasi inavvertibile. Come se avesse semplicemente esaurito gli argomenti di conversazione e non gli restasse altro da dire. Il suo silenzio non era mai scomodo. Né invadente. Né rumoroso. Non era un silenzio d’accusa o di protesta, quanto piuttosto una specie di estivazione, un letargo, l’equivalente di quello che fanno i pesci polmonati, i dipnoi, per sopravvivere alla stagione secca; salvo che nel caso di Estha la stagione secca sembrava destinata a durare per sempre.
Col tempo Estha aveva acquisito la capacità di confondersi con qualsiasi sfondo – librerie, giardini, tende, vani delle porte, strade – di apparire inanimato e quasi invisibile a un occhio poco addestrato. Di solito gli estranei ci mettevano un po’ prima di notare la sua presenza, anche quando erano nella stanza assieme a lui. Ci mettevano ancor di più a notare che non parlava mai. Certi non lo notavano affatto. Estha occupava pochissimo spazio nel mondo (…). Una bolla silenziosa fluttuante su un mare di rumori.

  • C’è ancora una parola, infine, ed è forse la più importante: magia. Ma non intendiamo con questo termine il soprannaturale, lo straordinario, l’inspiegabile, intendiamo invece la magia delle Piccole Cose che riempiono la vita umana e che rendono dignitoso un uomo, miserabile una prozia, disperata una madre, immortale una bambina di nove anni (o meglio, il suo ricordo), un’unica anima ed un unico corpo due gemelli. La magia che rende ogni storia irripetibile, ma anche emblematica.

IMG_0036

Come molte altre volte, durante l’incontro, prima della discussione sul libro, abbiamo organizzato quello che noi chiamiamo un “pranzo condiviso”, ovvero ci sediamo intorno al tavolo e ci deliziamo con varie prelibatezze preparate da ciascuno di noi. Questo incontro è stato ancora più speciale del solito: grazie ai padroni di casa, Paola e Fabrizio, che ci hanno fatto trovare un luogo accogliente e una tavola imbandita e ricca di colore, grazie al cibo a tema, come il pollo al curry di Cristina o la salsa Chutney di mango di Pia, con tanto di etichetta “Conserve e Composte Paradiso”, ispirata al romanzo, frutto della fantasia e della bravura di Silvia e Pier.

Quindi, un grazie speciale a tutti coloro che hanno partecipato e reso speciale questo 34° incontro del Club del Libro e, in particolare, grazie ai “nuovi arrivati”, che si sono messi in gioco e aperti con semplicità, gentilezza e partecipazione.

Questo slideshow richiede JavaScript.

Qui, potete trovare un’interessante intervista a Arundhati Roy: http://www.repubblica.it/cultura/2016/08/21/news/arundhati_roy_perche_non_ho_paura_-146362261/

E qui la ricetta del Chutney di mango: http://www.unadonna.it/ricette/chutney-di-mango/121162/

Al prossimo incontro!

Annunci

Brunch con Petunia Ollister

FESTA D’AUTUNNO A BINARIA

28 ottobre 2017

In occasione della Festa d’autunno organizzata presso Binaria, il centro commensale del Gruppo Abele, si è tenuta la presentazione di Colazioni d’autore. Book breakfast, con una piacevole chiacchierata con l’autrice Petunia Ollister. Colazioni d’autore è un libro illustrato, con consigli letterari e una sorta di compendio di ricette per riprodurre ricche colazioni.

Ma chi è Petunia Ollister? Innanzitutto, si tratta di un nome di fantasia, ma un nome che, possiamo dire, ormai ha preso “vita propria”. Così infatti Stefania Soma ci parla del suo alter ego, come di un individuo che cammina con le sue gambe, che ha le proprie idee (ben chiare!) e che ha fagocitato, in un certo senso, la sua vita.

Petunia Ollister è uno pseudonimo, un nome d’arte, frutto della fantasia e nato perché Stefania, quando iniziò a frequentare i social network, non si sentiva a suo agio ad utilizzare il suo vero nome. Sebbene con un’iniziale diffidenza, alla fine il mondo di Internet ha conquistato Stefania, e Petunia Ollister è diventata, in breve tempo, una vera e propria influencer. Il suo profilo Instagram attualmente vanta più di ventimila followers.  Laureata in Lettere, dopo aver lavorato per cinque anni nel settore dei beni archivistici e librari e lavorando attualmente all’interno di un gruppo editoriale, Stefania/Petunia sta dunque portando avanti un’idea che lei definisce “involontaria”, dal momento che è nato tutto quasi per gioco.

Ma che cosa racconta Petunia con le sue foto per avere così tanti seguaci?

IMG_0172

Petunia mostra al suo pubblico i libri che le sono piaciuti e lo fa fotografandoli dall’alto su di una tavola imbandita per la colazione e citandone una frase che l’abbia particolarmente colpita. Due, per lei, sono le “armi vincenti” di questo format: l’estetica della foto (scale cromatiche, precisa disposizione degli elementi, fantasia) e l’assenza di una recensione del libro, sostituita semplicemente, appunto, da una citazione significativa.

Quello che Petunia cerca è l’immediatezza, vuole colpire dritto al segno ed invogliare alla lettura i lettori di tutti i tipi, sia i cosiddetti lettori “forti” sia i lettori “deboli”. Questo perché il libro, secondo Petunia, è POP e non dovrebbe essere più trattato come un oggetto sacro! Per promuovere la lettura non bisogna creare soggezione nei lettori, attraverso pubblicità fredde e antiquate o apatiche recensioni. Dunque, il libro di per sé appartiene a tutti, è popolare, mentre spesso la comunicazione riguardante i libri non lo è. Petunia dunque ha deciso di inserire fisicamente l’oggetto libro, e metaforicamente l’atto del leggere, in un gesto quotidiano: la colazione. Ed è così che è nato l’hashtag #bookbreakfast.

Durante la chiacchierata, Stefania ha spiegato di aver vissuto in un paese di campagna nel Varesotto, dove il suo “antidoto contro la solitudine” (citando David Foster Wallace) sono stati proprio i libri: la lettura da sempre è stata per lei un piacere libero, personale, ed è per questo che ha deciso, sul suo profilo Instagram, di consigliare i libri usando come unica motivazione i libri stessi, senza aggiungere sue opinioni personali.

ollister

Ma come è nato il progetto di Colazioni d’autore, edito da Slow Food Editore e pubblicato nel settembre 2017? Petunia racconta che c’è dietro un lungo lavoro: innanzitutto, di selezione dei titoli (che in origine erano ben trecento, poi ridotti a settantaquattro), ma anche di ricerca di ricette adatte ad ogni libro e di perfette disposizioni sulla tavola.

I libri che Petunia sceglie per le sue foto sono tutti libri che le sono piaciuti e, allo stesso modo, ha provato tutte le ricette delle colazioni che arricchiscono il libro (ridendo, dice, che per una intera estate si è ritrovata a fare colazione più volte al giorno!).

Alcune curiosità sul libro:

  • tutte le foto sono scattate dall’alto e con luce naturale, d’estate
  • le colazioni riproducono ricette menzionate nel libro in questione o comunque cercano di riprendere le abitudini alimentari del luogo e del tempo nei quali il romanzo è ambientato
  • i prodotti utilizzati per le ricette sono semplici e facilmente reperibili sul mercato, seguendo il credo di Slow Food: “buono, pulito e giusto”
  • quelli presenti nel libro sono tutti consigli letterari e ricette inediti, che non erano già stati pubblicati su Instagram
  • Petunia ha un “sogno”: un secondo libro, “Cocktail d’autore”!

L’incontro con l’autrice si è poi concluso con un delizioso brunch, ricco dei prodotti di Binaria Bottega, che sono frutto dei terreni confiscati alle mafie e coltivati e gestiti da diverse cooperative, unite in Libera Terra.

IMG_0139

Binaria “non è un centro commerciale, ma commensale; qui si costruiscono comunità, cultura e convivialità per tutelare, con il contributo di tutti, la dignità delle persone”.

ORARI DI BINARIA: lunedì-sabato 10.00/22.00 e domenica 11.00/15.00 – 18.00/22.00

Se volete conoscere Binaria, ecco alcuni degli eventi che si svolgeranno in novembre:

  • Sabato 4 novembre, ore 12.30: Un pranzo su libri, curiosità e progetti futuri di NN editore (ingresso + pizza 7€, prenotazione obbligatoria)
  • Lunedì 6 novembre, ore 18.30: Corruzione e politica. Luigi Ciotti dialoga con Piercamillo Davigo e Rocco Sciarrone
  • Martedì 7 novembre, ore 18: Venti da nord-est. Storie di alcolismo e tracce d’uscita, in collaborazione con l’Associazione Aliseo. Letture, musica e tanto altro
  • Mercoledì 8 novembre, ore 18: Carmine Iovine presenta il suo libro L’isola di Macondo. La bellezza che resiste tra le onde delle Egadi. Con l’autore Piero Ferrante e Pasquale Somma
  • Venerdì 10 novembre, ore 21: Raccontare le mafie, raccontare la lotta alle mafie. Serata con PIF, Gian Carlo Caselli e Luigi Ciotti
  • Martedì 14 novembre, ore 18: Sud Sudan. Il lungo e sofferto cammino verso pace, giustizia e dignità con l’autore padre Daniele Moschetti
  • Mercoledì 15 novembre, ore 18.30: Troppa medicina. Con l’autore Marco Bobbio interviene Piero Bianucci

Un grazie al Gruppo Abele e a Binaria per le mille opportunità che offrono, a Petunia Ollister per la piacevole chiacchierata e alle mie amiche del Club del Libro.

Elisa

33. Superzelda. La vita disegnata di Zelda Fitzgerald – Tiziana Lo Porto e Daniele Marotta

IMG_6770

15 ottobre 2017

Per la prima volta, il Club del Libro ha affrontato la lettura di un romanzo grafico o, per usare la definizione inglese, un graphic novel. Il romanzo grafico o romanzo a fumetti fa parte del genere narrativo del fumetto, ma proprio come un romanzo, è autoconclusivo. La prima difficoltà durante la lettura di un graphic novel è quella di concentrarsi anche sui disegni e non solo sulle parole, come sono in genere abituati i lettori di romanzi. Una volta trovato, però, il giusto equilibrio, il piacere della lettura torna vivido.

Durante l’incontro, sono stati manifestati pareri discordanti: le critiche maggiori sono state mosse nei confronti dei disegni, che a molti non sono piaciuti, perché fin troppo “caricaturali e distorti”. Accesa poi è stata la discussione sui Fitzgerald, due personaggi che certamente non possono essere definiti simpatici o composti, ma che meritano di essere conosciuti più a fondo per poter essere un po’ più compresi nel loro essere straordinari (nel senso più stretto del termine, extra-ordinem, fuori dall’ordinario).

FullSizeRender (3)

Stefania non era purtroppo presente all’incontro, ma il suo contributo credo possa essere fondamentale, essendo lei una grande appassionata e conoscitrice dei Fitzgerald. Quindi, lascio a lei la parola:

Dare un giudizio su Superzelda significa per me camminare su un filo teso sull’abisso, come un funambolo. Un filo agganciato a due estremità che sono le uniche certezze, indiscutibili (quando tutto il resto è un salto nell’abisso di ciascun cuore umano): la prima certezza è che i Fitzgerald erano insopportabili; e la seconda è che hanno fatto la Storia della Letteratura.

Superzelda non è autosufficiente, per scelta: non punta sull’arte visiva – i suoi sono disegni leggeri, delicati scarabocchi. E per narrare la propria storia dà per scontate due cose: che si abbia già una certa familiarità con la vicenda-leggenda Fitzgerald e che, soprattutto, si conoscano e si amino i romanzi di Scott. Soltanto su queste basi e a queste condizioni, secondo me, questo graphic novel può raggiungere il suo scopo: è ad un pubblico specifico, gli amanti di Francis Scott Fitzgerald, che volontariamente sceglie di rivolgersi.

Per dire che cosa? Quale sarebbe, dunque, questo suo scopo?

Puntare i riflettori su Zelda, in un’epoca lontana da quella in cui è vissuta (epoca, quest’ultima, in cui non avrebbe avuto bisogno, per brillare, di nessun aiuto): il tempo della letteratura ha tramandato il valore di Scott, dei suoi libri (carta canta), ma si è spesso dimenticato di Zelda.

Delitto profondamente meschino –  visto che Fitzgerald, senza Zelda, non vale nulla. Non parlo dell’uomo, non mi permetterei: parlo dello scrittore.

20171016_094001-1

Francis Scott Fitzgerald è stato uno dei grandi scrittori del ‘900: a volte, rileggendo quell’ultima fatale pagina del Grande Gatsby, mi viene da pensare addirittura che sia stato IL più grande. È il simbolo di un’epoca intera, i Roaring Twenties, l’Età del jazz: “ne ha creato il costume” – per citare Fernanda Pivano – ed ha costruito una letteratura nuova, indipendente e autonoma, per la “nuova” America affamata di emancipazione dalla tradizione artistica europea.

《Gatsby credeva nella luce verde, al futuro orgastico che anno dopo anno indietreggia davanti a noi. Ci è sfuggito allora, ma non importa: domani correremo più forte, allungheremo ancora di più le braccia… E una bella mattina… Così remiamo, barche controcorrente, risospinti senza sosta nel passato.》

Il grande Gatsby, Francis Scott Fitzgerald

Non si può mettere in discussione il suo valore letterario: così come non può discutersi quello di Omero, di Dante, di Shakespeare. Persino Hemingway – non esattamente di temperamento affabile e propenso ai complimenti – scriverà le migliori pagine di Festa mobile proprio su di lui (e su Zelda):

Il suo talento era naturale come il disegno fatto dalla polvere sulle ali di una farfalla. Sulle prime lui non l’aveva capito più di quanto lo capiva la farfalla e quando veniva guastato o cancellato non se ne accorgeva. Più tardi si rese conto dei danni subiti dalle sue ali e di come erano fatte e imparò a pensare. Aveva ripreso a volare e io ho avuto la fortuna di conoscerlo proprio dopo un felice momento della sua attività di scrittore anche se non della sua vita.”

Ma dietro Scott c’era sempre, e ci sarà sempre lei: Zelda. C’è lei nei suoi personaggi femminili; è lei l’oggetto dell’amore dei personaggi maschili; è la fiamma di vita che alimenta la sua penna; e dietro e dentro la sua penna stessa, a leggere correggere consigliare ispirare. Ci sono i suoi modi di dire, il suo stile di vita, le sue lettere e i suoi diari, nelle parole di Scott: Scott “scrive” Zelda, continuamente.

Gli anni Venti, che la conobbero, le tributarono il giusto ruolo: erano i Fitzgerald gli eroi (maledetti), non Scott da solo. A noi, invece, giungono i meravigliosi romanzi, traghettati dalle navi del tempo, e solo un’eco lontana di Zelda Fitzgerald. E così non possiamo metterla a fuoco, offuscati dalla leggenda e confusi dai personaggi che potrebbero essere lei, ma fino a che punto sono davvero reali?

Superzelda ha il fine – dichiarato fin dal titolo, come una bandiera – di accendere i riflettori su Zelda: ma rinuncia a celebrare (rinuncia a tavole preziose) e non si confonde col tono lirico della prosa di Fitzgerald – tono imitato dalla maggior parte dei loro biografi e commentatori… – anzi, se ne allontana il più possibile, sfociando quasi nella “commedia” e nel divertimento: nulla potrebbe infatti essere più lontano dalla visione narrativa di Francis Scott Fitzgerald. 

IMG_6752FullSizeRender (2)

Ed è qui che sta il suo valore: allontana la prospettiva, così che guardiamo con nuovi occhi, meno influenzati dall’amore per i romanzi, e ci lasciamo trasportare dalla leggerezza del tono. Quella leggerezza che, molto spesso, è più efficace della commemorazione pomposa per andare a segno: mettere una pulce nell’orecchio, suggerire un’idea.

Certamente non può essere trattata come una vera e propria biografia – a questo proposito suggerirei La morte della farfalla di Pietro Citati, gli articoli di Fernanda Pivano e, perchè no, proprio Festa mobile di Hemingway. E secondo me non la si può nemmeno apprezzare a pieno, perché sarebbe un prodotto quasi del tutto inutile, senza essersi prima persi fra le pagine di Fitzgerald, come quelle di The Great Gatsby o di Tender is the Night.

Se non le si chiede più di ciò che vuole dare, è una lettura imperdibile.

FullSizeRender (4)

《 Fitzgerald sapeva che Zelda era più forte di lui, e talvolta lo considerava una donnicciola. Malgrado la bellezza dei propri romanzi, egli riconosceva persino che lei possedeva, nei momenti più alti, “una fiamma più intensa di quanto io abbia mai avuta”: la forza che prorompeva dalla follia. Così Zelda cercava o dava la caccia a un uomo più forte di lui, al quale appoggiarsi. Non lo trovò mai. Ma era vero anche il contrario: sebbene fosse così imperiosa, ostinata e inflessibile, Zelda fu soltanto la “bambina” di Fitzgerald. La regina delle farfalle aveva bisogno della protezione del marito, perché solo lui le rendeva il mondo visibile e palpabile.
Forse non esistevano né forti né deboli,  né bambini né adulti. Zelda e Fitzgerald erano troppo vicini: vicini come furono raramente esseri umani; e l’eccesso della vicinanza fra gli dèi e gli uomini, come fra gli uomini e le donne, brucia i cuori e le vite. Sia come persone sia come scrittori, erano complici. Fitzgerald copiava le lettere e i diari di Zelda, inserendoli di nascosto in “Di qua dal paradiso”, in “Belli e dannati”, e “Tenera è la notte”: le sottoponeva, pagina dopo pagina, i suoi racconti e romanzi; e quando non riusciva a vedere i personaggi del “Grande Gatsby”, la moglie li disegnava e disegnava fino a farsi dolere le dita, cercando di catturare le immagini che fuggivano la penna del marito. Erano la stessa persona, con due cuori e due teste; e questi cuori e queste teste si volgevano appassionatamente l’una verso l’altro, l’una contro l’altro, fino ad ardere in un unico rogo. 》

La morte della farfalla, Pietro Citati

Alla luce delle considerazioni di Stefania, possiamo concludere che il lavoro di Tiziana Lo Porto e Daniele Marotta va osservato anche attraverso il filtro di ciò che è stato scritto dagli stessi Scott e Zelda Fitzgerald. In ogni caso, può essere un ottimo spunto per iniziare a fare la conoscenza di questa folle coppia che ha animato gli anni Venti.

A conclusione dell’incontro del CdL, inoltre, abbiamo guardato il primo episodio della serie tv Z: The Beginning of Everything, sviluppata da Amazon Prime Video:

 

Pur da totali inesperti di romanzi grafici e sebbene siano state riscontrate alcune difficoltà nella lettura di questo genere letterario, siamo comunque incuriositi ed è per questo che il nuovo filone di letture inaugurato con Superzelda verrà portato avanti, alla scoperta di un mondo per noi nuovo. Questo, in fondo, è uno degli scopi del Club del Libro: essere curiosi, scoprire, imparare.

E voi? Avete letto Superzelda? Siete appassionati di graphic novel e avete dei titoli da consigliarci? Lasciateci qui sotto i vostri commenti!

Elisa

Pappagalli verdi. Cronache di un chirurgo di guerra – Gino Strada

img_6689.jpg

Con Pappagalli verdi, Gino Strada ci racconta la guerra, che non importa dove sia combattuta o da chi, perché la guerra fa sempre orrore e porta sempre con sé dolore, morte e distruzione. In questo libro sono racchiuse molte storie: storie di sale operatorie allestite nei luoghi più impensabili, di interventi chirurgici disperati, di vite salvate, di vite distrutte, di medici e infermieri, di guerriglieri, di militari, di civili indifesi, di uomini, donne, bambini, giovani, anziani. Storie legate dal filo rosso della guerra. Il chirurgo stesso ci presenta, all’inizio del libro, queste storie come dei flash, senza ordine cronologico, né geografico, né tematico.

Cosa vorresti fare da grande?
Quando ero ragazzino, rispondevo “il musicista” o “lo scrittore”.
Ho finito col fare il chirurgo, il chirurgo di guerra per la precisione.
E ho chiuso da tempo con la nostalgia e il rimpianto di non saper suonare uno strumento né scrivere un romanzo.
Così, quando mi è stato proposto questo libro, ho detto semplicemente: “mi piacerebbe tanto ma non ne sono capace”. Se alla fine ho deciso di provarci, comunque, lo devo solo all’ostinazione, e alla pazienza, dell’amico Carlo Feltrinelli, che molto più di me ha creduto degne di essere le lette le pagine che seguono.

Non essendo scrittore, ho cercato di percorrere l’unica via possibile, quella della memoria, e lasciare che fatti e persone, pensieri e sensazioni, si trasformassero in parole scritte. Le piccole storie di questo libro non hanno ordine cronologico, né geografico, né tematico. Sono come dei flash trascritti come ricordi ritrovati.
Non mi illudo certo di aver partorito un libro di valore.
Spero solo che si rafforzi la convinzione, in coloro che decideranno di leggere queste pagine, che le guerre, tutte le guerre sono un orrore.
E che non ci si può voltare dall’altra parte, per non vedere le facce di quanti soffrono in silenzio.

Ho impiegato più di due anni per ultimare la lettura di questi appunti dalla guerra. La sensazione che provavo continuamente, leggendo, era una sensazione di profonda inadeguatezza, di vergogna per la mia ignoranza, per la semplicità della mia vita, per tutte le volte che mi sono arresa davanti ad un ostacolo.

La cosa che più di tutte ferisce è il rendersi conto di quanto sia facile girarsi dall’altra parte e vivere come se nulla di tutto quello che Gino Strada racconta esistesse. Di questo libro a impressionarmi non sono state le amputazioni, le gravissime ustioni, la morte di persone innocenti, i frammenti di metallo nella pance o nelle teste, il sangue, no. Ad impressionarmi è stato il capire che per alcune persone, esseri umani come me, queste atrocità sono state il quotidiano. E mi chiedo, per quante persone ancora la vita è questa?  Pappagalli verdi è stato pubblicato per la prima volta nel 1999; quante cose sono cambiate da allora?

Nell’ultima pagina del libro, queste righe:

Nei conflitti di oggi, più del novanta per cento delle vittime sono civili. Migliaia di donne, di bambini, di uomini inermi uccisi ogni anno nel mondo. Molti di più sono i feriti e i mutilati.

EMERGENCY nasce nel 1994 a Milano per portare soccorso a queste vittime (…). Fin dall’inizio, le attività umanitarie di EMERGENCY si sono concentrate in particolare sul trattamento e sulla riabilitazione delle vittime di mine antiuomo, ordigni disumani dei quali l’Italia è stata tra i maggiori produttori. EMERGENCY  si è impegnata per anni a far sì che il nostro paese mettesse al bando queste armi. Il 22 ottobre 1997 il governo italiano ha approvato la legge n. 374 che impedisce la produzione e il commercio delle mine antiuomo. Ma i 110 milioni di ordigni disseminati in 67 paesi continueranno a ferire, mutilare, uccidere. 

 

FullSizeRender.jpg

Ma cosa sono i pappagalli verdi del titolo del libro? Sono mine giocattolo, studiate appositamente per mutilare, uccidere bambini:

Allora gli ho detto di altri pappagalli verdi, che avevo conosciuto in Afghanistan. Mine antiuomo di fabbricazione russa, modello PFM-1. Gli ho spiegato che le gettano sui villaggi, come fossero volantini pubblicitari che invitano a non perdere lo spettacolo domenicale del circo equestre (…). La forma della mina, con le due ali laterali, serve a farla volteggiare meglio. In altre parole, non cadono a picco quando vengono rilasciate dagli elicotteri, si comportano proprio come i volantini, si sparpagliano qua e là su un territorio molto più vasto. Sono fatte così per una ragione puramente tecnica – affermano i militari – non è corretto chiamarle mine giocattolo. 

Ma a me non è mai successo , tra gli sventurati feriti da queste mine che mi è capitato di operare, di trovarne uno adulto. Neanche uno, in più di dieci anni, tutti rigorosamente bambini. La mina non scoppia subito, spesso non si attiva se la si calpesta. Ci vuole un po’ di tempo – funziona, come dicono i manuali, per accumulo successivo di pressione. Bisogna prenderla, maneggiarla ripetutamente, schiacciarne le ali. Chi la raccoglie, insomma, può portarsela a casa, mostrarla nel cortile agli amici incuriositi, che se la passano di mano in mano, ci giocano. Poi esploderà. 

(…) Che cosa spinge la mente umana a immaginare, a programmare la violenza?

(…) Abbiamo immaginato – sapendo che era tutto maledettamente vero – un ingegnere efficiente e creativo, seduto alla scrivania a fare bozzetti, a disegnare la forma della PFM-1. E poi un chimico, a decidere i dettagli tecnici del meccanismo esplosivo, e infine un generale compiaciuto del progetto, e un politico che lo approva, e operai in un’officina che ne producono a migliaia, ogni giorno. Non sono fantasmi, purtroppo, sono esseri umani: hanno una faccia come la nostra, una famiglia come l’abbiamo noi, dei figli. E probabilmente li accompagnano a scuola la mattina, li prendono per mano mentre attraversano la strada, ché non vadano nei pericoli, li ammoniscono a non farsi avvicinare da estranei, a non accettare caramelle o giocattoli da sconosciuti… Poi se ne vanno in ufficio, a riprendere diligentemente il loro lavoro per essere sicuri che le mine funzionino a dovere, che altri bambini non si accorgano del trucco, che le raccolgano in tanti. Più bambini mutilati, meglio se anche ciechi, e più il nemico soffre, è terrorizzato, condannato a sfamare questi infelici per il resto degli anni. Più bambini mutilati e ciechi, più il nemico è sconfitto, punito, umiliato. 

E come ci consiglia Gino Strada, dovremmo ascoltare le parole di Lella Costa, che in modo altrettanto potente ci racconta questi orrori:

In Pappagalli verdi, Gino Strada non manca di mostrare se stesso e le proprie debolezze, i propri rimpianti (uno su tutti, quello di non essere stato abbastanza vicino a sua moglie Teresa e a sua figlia Cecilia). È umano Gino e ce lo racconta, mentre cerca di spiegarci cosa significhi essere un chirurgo di guerra.

Consiglio di leggere questo libro per aprire gli occhi, come spunto per porsi nuove domande e per esigere da noi stessi e dagli altri delle risposte, per continuare ad essere disgustati dall’odio e dalla violenza, per dare inizio ad un cambiamento, anche nel piccolo del proprio quotidiano.

Grazie Gino Strada, grazie EMERGENCY. Grazie di aver guardato dove molti di noi non hanno il coraggio di guardare.

Elisa

32. L’amica geniale – Elena Ferrante

FullSizeRender.jpg

30 settembre 2017

Il nuovo inizio del Club del Libro è stato scoppiettante! Elena Ferrante, col primo volume della tetralogia de L’amica geniale, ha infatti suscitato un dibattito molto acceso. Mi sembrava giusto, quindi, prima di iniziare a parlare di questo libro, ricordare che, in quanto lettori, abbiamo dei diritti imprescindibili ai quali possiamo sempre fare ricorso. Per fare ciò ho approfittato del fondamentale decalogo di Daniel Pennac e in questo mi è stata d’aiuto Escherichia libri, che lo ha messo nero su bianco (in foto, la lista dei diritti riprodotta da Escherichia libri):

1. Il diritto di non leggere

2. Il diritto di saltare le pagine

3. Il diritto di non finire il libro

4. Il diritto di rileggere

5. Il diritto di leggere qualsiasi cosa

6. Il diritto al bovarismo (malattia testualmente contagiosa)

7. Il diritto di leggere ovunque

8. Il diritto di spizzicare

9. Il diritto di leggere ad alta voce

10. Il diritto di tacere

Perché mi serviva ribadire questi diritti ai miei compagni di avventura del CdL? Semplice, perché questo libro qualcuno l’ha voluto rileggere, perché qualcuno lo avrebbe volentieri abbandonato (e magari gettato dalla finestra), qualcuno si è chiesto se saltandone delle pagine si sarebbe davvero perso qualcosa e qualcun altro si è immedesimato così tanto da rivivere la propria infanzia ed adolescenza.

Ma andiamo con ordine. Perché questo libro non piace?

Le motivazioni sono tante e molti lettori del Club hanno mosso critiche negative sul lavoro della Ferrante. Per qualcuno il difetto principale è stata l’assenza di “poesia”, la scrittura fin troppo semplice, povera, la mancanza di profondità. A ciò si aggiunga l’evidente e fastidioso aspetto dell’operazione editoriale: questo primo volume è interrotto bruscamente e quasi obbliga il lettore ad acquistare il capitolo successivo (e poi ancora gli ulteriori due). Ridondante è stato definito il continuo ribadire la qualità del rapporto tra le protagoniste, Lila e Lenù, un rapporto sempre uguale a se stesso, che non trova variazioni, né momenti di sviluppo e crescita. Questo romanzo è stato anche paragonato ad una fiction televisiva, come un susseguirsi di episodi dai quali lo spettatore si sente ammaliato, ma che, alla fine, non lo arricchiscono in alcun modo.

Lila era imprevedibile. I maschi che le giravano intorno erano quasi uomini, pieni di pretese. Di conseguenza, tra progetto delle scarpe, letture sul mondo orribile dentro cui eravamo finite nascendo, e fidanzati, non avrebbe avuto più tempo per me. A volte, al ritorno da scuola, facevo un giro per non passare davanti alla calzoleria. Se invece vedevo lei in persona, da lontano, per l’angoscia cambiavo strada. Ma poi non resistevo e le andavo incontro come a una fatalità. 

Perché invece L’amica geniale piace?

Piace perché dentro questo romanzo ci sono la fantasia tipica dell’infanzia e l’insicurezza propria dell’adolescenza, c’è la ragazzina insicura che tutti siamo un po’ stati, c’è l’amica brillante e un po’ persino cattiva che tutti abbiamo avuto. C’è la povertà, materiale ed anche culturale, c’è il tentativo, a volte esasperato, di fuggirle; c’è il bisogno di rivalsa, c’è il coraggio di provarci, ci sono i fallimenti. C’è poesia (in particolare, poetica è stata definita la descrizione delle “smarginature” di Lila) . C’è verità e realtà. L’amica geniale è stato descritto come un libro che parla a tutti, un libro che si apre, con la sua schiettezza e semplicità, ad ogni lettore. La Ferrante ha quindi suscitato emozioni, risvegliato ricordi di infanzia e dato voce a vecchie ferite; ha inoltre raccontato la storia di molte periferie italiane, mostrandone il lato crudo, le debolezze, ma anche le aspirazioni.

Lei era così, rompeva equilibri solo per vedere in quale altro modo poteva ricomporli.

Chi non avesse letto L’amica geniale potrebbe giustamente pensare che io stia parlando di due libri diversi, se non diametralmente opposti! E invece no, tutto questo dentro uno stesso libro, tutte queste riflessioni derivano dalla stessa lettura. Non possiamo che trarne una importantissima lezione: un libro è un’arma potentissima per sviluppare idee, per suscitare emozioni, ma lo è in modo diverso in base al lettore che si trova di fronte. E il dialogo, la condivisione diventano così un momento fondamentale, nella vita di noi lettori, per capire meglio i libri e noi stessi e per conoscere, nel senso più profondo del termine, gli altri.

Concludo con una riflessione che Alessandra ha trovato e condiviso durante l’incontro: “I conflitti nascono dalle differenze. Se vedessimo le differenze come arricchimento reciproco, le trasformeremmo in occasioni di dialogo, che non è un dibattito di idee, ma un sapersi ascoltare e rispettare reciprocamente. Il dialogo porta un contributo alla costruzione di un mondo dove la varietà è ricchezza e dove le diversità contribuiscono ad unire invece che a separare. Lo spazio di cui l’altro ha bisogno per esprimersi è dentro di me, perché nessun diritto che gli sia concesso lo farà esprimere liberamente se io non do priorità ad un ascolto profondo e totale. Quindi, dare priorità all’ascolto dell’altro dipende da me. In seno alla famiglia, sul lavoro, in qualsiasi ambiente cerchiamo di essere costruttori di dialogo e di intesa reciproca”.

Ed è proprio sul dialogo che si fonda il Club del Libro.

Al prossimo incontro!

Equinozio d’autunno

22 settembre 2017

L’autunno è ormai arrivato e quale modo migliore per salutare l’estate appena trascorsa, se non ringraziandola delle letture che ha portato con sé?

Le vacanze estive, si sa, son croce e delizia per gli studenti: e così anch’io – in equilibrio molto precario fra studio e diletto – ho letto meno di quanto avrei voluto, ma con quella soddisfazione di chi si concede una fettona di Saint Honoré dopo un mese di dieta ferrea. Anche se costretta all’immobilità fisica (legata cioè alla scrivania), ho però viaggiato con la mente sia nello spazio – con Oriana Fallaci e il suo Viaggio in America– che nel tempo – con l’Augustus di John Williams. Mille ed una Oriana mi hanno guidata alla scoperta di un’America contraddittoria, inafferrabile, eterogenea, immensa: paradiso e inferno al tempo stesso. Da New York a Los Angeles, dal Texas al Tennessee: la sua scrittura lucida accompagna il lettore camaleontica, pronta a farsi cinica, nostalgica, polemica o lirica per adattarsi con prontezza a ciò che gli occhi registrano, e il cuore studia. Lasciata l’America a Oriana, sono tornata in Italia, e alle sue radici, con John Williams: un’italiana in USA e uno statunitense in Italia. Augustus è il tentativo di ricostruire dall’interno e dall’intimità la personalità di una vita, quella di Ottaviano Augusto, dal momento dell’ascesa fino alla morte: una vita intera che nasce e si chiude come un cerchio perfetto. Il romanzo è finzione nella dichiarazione di intenti del suo stesso autore, ma ha tutta l’aura lirica e chirurgica del verosimile. È appassionante e commovente – grazie anche all’escamotage della narrazione attraverso i vari punti di vista delle figure più vicine ad Ottaviano –  ma, pur esigendo d’essere divorato in fretta, manca di genio e audacia. Williams non replica la magia di Stoner, il suo capolavoro, né raggiunge Marguerite Yourcenar, che con il suo Memorie di Adriano resta la sovrana regina di questo genere di narrativa.

20170920_162745.jpg

Le altre due letture della mia estate ingarbugliata (e dolorosa) sono state una dolcezza e una ferita: Ti mangio con gli occhi di Ferdinando Scianna (sì, proprio lui: il fotografo!) è uno dei riuscitissimi volumi della casa editrice Contrasto che tentano di coniugare testo e fotografia. La Sicilia – quella del cibo e della tradizione: dal mitico bar Aurora a Bagheria alla cassata, dalle arance alla preparazione dell’estratto di pomodoro, dal latte alle panelle – risalta nostalgica granitica e profumatissima tanto nelle immagini che nelle parole, che sono in Scianna Letteratura con tutti i crismi.

E, infine, lei: Annie Ernaux. Memoria di ragazza sarà probabilmente la mia lettura preferita di questo faticosissimo 2017. Guardandomi indietro, è di sicuro una di quelle che mi hanno fatto più male e più bene, che mi hanno cambiato la vita. La perdita della verginità, la vergogna, la colpa, l’impreparazione alla vita, e a tenere insieme tutto questo la scrittura, come un grimaldello: per reagire per comprendere per stare al mondo. È una lettura che non solo auguro, ma mi spingo a considerare necessaria, per qualsiasi donna, e anche per qualsiasi uomo: per sapersi comprendere – noi stessi e l’altro – e perdonare.

Ora è tempo di tirare fuori dall’armadio i primi maglioncini, riprendere i ritmi ordinari, salutare l’autunno, decidere le prossime letture e -soprattutto – riabbracciare il Club del Libro.

Stefania

 

L’estate appena trascorsa è stata per me particolarmente prolifica in materia di viaggi lungo spiagge di carta.
Ho avuto modo di avvicinarmi a testi che riposavano da tempo sul mio comodino e che non mi hanno deluso, come Le notti bianche di Dostoevskij o Mosè e il monoteismo di Freud.
Grazie a L’amica geniale di Elena Ferrante e Il nero e l’argento di Paolo Giordano ho potuto accompagnare la mia riflessione sulla tragicomica miseria umana, arricchendola con gli sguardi di altri occhi femminili: quelli di Lila e di Lenù, ad esempio, o di Anna.
Mi sono poi estraniata da questa quotidianità spiccando il volo alla ricerca dell’Aleph, con Borges e del Primo uomo, con Camus.
Ho percorso il pensiero logico di Wittgenstein, fino a giungere alla sua drastica conclusione secondo cui, forse, “di ciò di cui non si può parlare, si deve tacere” e immediatamente dopo mi sono imbattuta nella figura di Maria, la fanciulla divenuta mito, magistralmente indagata dal razionalista Augias e dal teologo Vannini.
Ho ripercorso anche i punti centrali della rivoluzionaria filosofia nietzschiana grazie a Yalom e al suo Le lacrime di Nietzsche e mi sono sentita finita ed infinita, eterna e mortale, tuffandomi tra le righe de L’ordine del tempo, l’ultimo capolavoro di Carlo Rovelli.

WhatsApp Image 2017-09-21 at 19.28.44
Alla luce di ciò e di tanta altra bellezza percorsa con la mente e con gli occhi in questi tre mesi, non saprei stilare un podio delle letture dell’estate 2017 perché tutte sono state entusiasmanti, arricchenti e pregne di stimoli a 360 gradi, portatrici al contempo di luci e dubbi di cui ciascun uomo, a mio parere, dovrebbe continuamente nutrirsi.
Innegabilmente, però, mi è rimasto nel cuore il personaggio di Amedeo Modigliani, del quale Corrado Augias, nel suo Modigliani, racconta la vita, fascinosa e tragica, con delicatezza e passione.
La narrazione parte dalle origini familiari di Modigliani e decolla nella lunga parte ambientata a Parigi dove, accanto alle vicende biografiche di Modí, si racconta di un’epoca e di una città, Parigi, in cui poteva capitare di ritrovarsi seduti in un cafè di Montparnasse o di Montmartre, fianco a fianco con Utrillo, Soutine e Picasso, Diego Rivera e Cocteau.
Augias riesce così magistralmente a far immergere il lettore in questo spazio e in questo tempo ormai perduti tanto che dispiace, giunti alla fine della lettura, dire addio all’”ultimo romantico” e risvegliarsi da un bellissimo sogno animato dalle infinite tinte e forme degli innumerevoli, straordinari artisti incontrati.
Non meno appassionanti sono le vicende ed i personaggi storici che rivivono nei 14 racconti inseriti in Momenti fatali di Stephan Zweig, autore che ho “fatalmente” scoperto di recente e dal quale sento che la mia esistenza non si separerà più.
“E’ necessario che un popolo generi milioni di uomini perchè possa nascere un genio, e sul mondo devono sempre scorrere milioni di ore amorfe prima che appaia un’ora veramente storica, un’ora stellare dell’umanità.” Esordisce così, Zweig e come “un uomo ha trovato il suo compito, un compito il suo uomo”, così questo libro ha trovato me ed io lui!
Ogni vicenda storica narrata dallo scrittore asburgico, più o meno conosciuta, si rivela una sorpresa e la maestria con la quale è dipinta, rende meravigliose le ore trascorse in sua compagnia.
Personalmente ho scoperto aspetti meno noti di grandi personaggi e appreso l’importanza di altri uomini mai prima d’ora considerati o incontrati nelle pagine di storia tradizionali.
Ognuno di questi ha avuto un peso nella storia del mondo, rendendolo così come lo conosciamo oggi, con pregi e difetti, innovazioni sensazionali ed eterni errori.
Il corso di alcuni eventi-chiave della storia è andato così grazie o a causa loro: un piccolo errore, un’esitazione o un lampo di genio, ad esempio, hanno reso immortale il conquistatore di Costantinopoli o lo sconosciuto maresciallo Grouchy, che avrebbe potuto capovolgere il peso delle sorti nella battaglia di Waterloo. Ma… “le occasioni di grandezza si offrono solo per un attimo a chi grande non è: una volta sprecate non si ripresentano più”…
Nonostante la consapevolezza dell’ineludibile fatalità, dunque, la bellezza di questo libro, oltre che nella descrizione di queste miniature, sta anche nello riuscire a far “ritornare in vita” personaggi e vicende del passato dando l’impressione di compiere un vero e proprio viaggio in quei tempi e in quei luoghi e coltivando la speranza di interagire con quegli eventi, che sembrano ancora dover accadere, affinché abbiano un esito differente.
Persistente, nel corso della lettura, diviene infatti la domanda “e se invece…?” Che scatena la fantasia del lettore nell’immaginare come sarebbe oggi il mondo in cui viviamo, se…
Sempre di Zweig è la lettura estiva che più di ogni altra mi è rimasta nel cuore.
S’intitola Gli occhi dell’eterno fratello, il meno voluminoso della mia lista ma, indubbiamente, il più denso di significato.
È la storia di Virata, un grande guerriero indiano, presentato inizialmente come il salvatore del traballante trono del re dall’attacco dei nemici e che, nell’impugnare le armi, senza averlo riconosciuto, dà la morte al suo unico fratello, che era fra gli oppositori del sovrano.
Da questo istante Virata inizierà la sua personale e non facile ricerca di Giustizia e di un vero senso da dare alla vita.
Protagonista del racconto, accanto a lui, sarà proprio la Giustizia e la difficoltà o l’impossibilità di trovare il modo di applicarla con equità.
Riusciremo mai a capire il vero significato di essa, infatti? È insita in noi o va ricercata? Viene dall’alto dei cieli o dal basso dei nostri cuori?
Sono questi i quesiti che la lettura di questo libro stimola nel lettore, oltre al desiderio che pagine come queste siano diffuse nelle scuole, tra giudici e avvocati, nel mondo intero, affinché riviva la fiducia in una società migliore perché, come insegna questo minuscolo libricino, ogni nostro stato, che sia mentale o fisico, presuppone una conseguenza nella vita degli altri.

Alessandra

Come sempre, l’estate è volata via in un battito di ciglia, ma non posso dire che non mi abbia lasciato nulla, anzi! I primi due libri che ho letto li ho scelti in base ad un criterio ben preciso: dovevano essere ambientati a Parigi, dove sarei (finalmente!) andata in agosto. E così, ho incontrato niente meno che Ernest Hemingway: terminata la lettura di Fiesta non mi sentivo del tutto sobria, trascinata nel vortice delle fiestas insieme ai protagonisti del libro. Ero disorientata, quasi arrabbiata per quel retrogusto amaro di impotenza e disillusione che mi è rimasto in bocca girando l’ultima pagina. Al tempo stesso, però, mi ha colto la consapevolezza di essere stata completamente sedotta da Hemingway.

Poi eccomi al numero 7 di Rue de Grenelle, Paris, in un elegante palazzo dell’alta borghesia, dove si svolge una delle storie più dolceamare che io abbia mai letto. Non ho parole per descrivere i sentimenti e le emozioni e le riflessioni che Muriel Barbery ha suscitato in me scrivendo questo romanzo, L’eleganza del riccio.
Sono diventata amica sincera di Renée e Paloma e mi sarà sempre caro il loro ricordo.
Ne consiglio la lettura a tutti ed in particolare a coloro che abbiano bisogno di fare pace col destino, col proprio dolore o la propria rabbia. Questo è un libro che insegna a liberarsi dei pregiudizi, a cercare negli altri la verità nascosta al centro del loro essere. Un sincero ritratto della varietà umana, tra pregi e difetti, brutture e bellezze. Tutto però comunque profondamente “umano”.

File_000 (5).jpeg

Poi, di ritorno da Parigi, ho finalmente fatto la conoscenza di Banana Yoshimoto, con Kitchen. Forse in quel momento ero “troppo felice e spensierata” per poterlo capire ed apprezzare fino in fondo.
Credo che rimarrà nel limbo dove si trovano tutti quei libri che non mi è dispiaciuto leggere, ma che col tempo scorderò.
Scorrevole e ricco di preziose descrizioni di frammenti di vita (che però sarebbe un azzardo definire semplicemente “quotidiana”), ma troppo cupo, troppo angosciante per me. Soprattutto tenendo conto del fatto che, a mio avviso, manca totalmente di una degna conclusione.

Infine proprio in questi giorni sto ultimando la lettura de L’amica geniale di Elena Ferrante, che mi ha accompagnato per tutta l’estate. L’ho letto a piccoli sorsi, incapace di lasciarlo chiuso sul comodino e, al tempo stesso, desiderosa di leggerlo in prossimità dell’incontro del Club del Libro, che il 30 settembre avrà come protagonista proprio il romanzo della Ferrante. Se volete saperne di più, quindi, dovete solo aspettare il prossimo articolo!

Elisa

 

Finita l’estate, non ci aspetta che entrare nell’atmosfera autunnale, con tanti nuovi libri da leggere ma, soprattutto, con i nuovi incontri del Club del Libro che, da ottobre, darà inizio anche ad un nuovo filone di lettura (ma anche di questo, ne parleremo un’altra volta).

Ora aspettiamo i vostri commenti: avete già letto anche voi i libri che hanno popolato la nostra estate? E quali sono state le vostre letture estive?