Pappagalli verdi. Cronache di un chirurgo di guerra – Gino Strada

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Con Pappagalli verdi, Gino Strada ci racconta la guerra, che non importa dove sia combattuta o da chi, perché la guerra fa sempre orrore e porta sempre con sé dolore, morte e distruzione. In questo libro sono racchiuse molte storie: storie di sale operatorie allestite nei luoghi più impensabili, di interventi chirurgici disperati, di vite salvate, di vite distrutte, di medici e infermieri, di guerriglieri, di militari, di civili indifesi, di uomini, donne, bambini, giovani, anziani. Storie legate dal filo rosso della guerra. Il chirurgo stesso ci presenta, all’inizio del libro, queste storie come dei flash, senza ordine cronologico, né geografico, né tematico.

Cosa vorresti fare da grande?
Quando ero ragazzino, rispondevo “il musicista” o “lo scrittore”.
Ho finito col fare il chirurgo, il chirurgo di guerra per la precisione.
E ho chiuso da tempo con la nostalgia e il rimpianto di non saper suonare uno strumento né scrivere un romanzo.
Così, quando mi è stato proposto questo libro, ho detto semplicemente: “mi piacerebbe tanto ma non ne sono capace”. Se alla fine ho deciso di provarci, comunque, lo devo solo all’ostinazione, e alla pazienza, dell’amico Carlo Feltrinelli, che molto più di me ha creduto degne di essere le lette le pagine che seguono.

Non essendo scrittore, ho cercato di percorrere l’unica via possibile, quella della memoria, e lasciare che fatti e persone, pensieri e sensazioni, si trasformassero in parole scritte. Le piccole storie di questo libro non hanno ordine cronologico, né geografico, né tematico. Sono come dei flash trascritti come ricordi ritrovati.
Non mi illudo certo di aver partorito un libro di valore.
Spero solo che si rafforzi la convinzione, in coloro che decideranno di leggere queste pagine, che le guerre, tutte le guerre sono un orrore.
E che non ci si può voltare dall’altra parte, per non vedere le facce di quanti soffrono in silenzio.

Ho impiegato più di due anni per ultimare la lettura di questi appunti dalla guerra. La sensazione che provavo continuamente, leggendo, era una sensazione di profonda inadeguatezza, di vergogna per la mia ignoranza, per la semplicità della mia vita, per tutte le volte che mi sono arresa davanti ad un ostacolo.

La cosa che più di tutte ferisce è il rendersi conto di quanto sia facile girarsi dall’altra parte e vivere come se nulla di tutto quello che Gino Strada racconta esistesse. Di questo libro a impressionarmi non sono state le amputazioni, le gravissime ustioni, la morte di persone innocenti, i frammenti di metallo nella pance o nelle teste, il sangue, no. Ad impressionarmi è stato il capire che per alcune persone, esseri umani come me, queste atrocità sono state il quotidiano. E mi chiedo, per quante persone ancora la vita è questa?  Pappagalli verdi è stato pubblicato per la prima volta nel 1999; quante cose sono cambiate da allora?

Nell’ultima pagina del libro, queste righe:

Nei conflitti di oggi, più del novanta per cento delle vittime sono civili. Migliaia di donne, di bambini, di uomini inermi uccisi ogni anno nel mondo. Molti di più sono i feriti e i mutilati.

EMERGENCY nasce nel 1994 a Milano per portare soccorso a queste vittime (…). Fin dall’inizio, le attività umanitarie di EMERGENCY si sono concentrate in particolare sul trattamento e sulla riabilitazione delle vittime di mine antiuomo, ordigni disumani dei quali l’Italia è stata tra i maggiori produttori. EMERGENCY  si è impegnata per anni a far sì che il nostro paese mettesse al bando queste armi. Il 22 ottobre 1997 il governo italiano ha approvato la legge n. 374 che impedisce la produzione e il commercio delle mine antiuomo. Ma i 110 milioni di ordigni disseminati in 67 paesi continueranno a ferire, mutilare, uccidere. 

 

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Ma cosa sono i pappagalli verdi del titolo del libro? Sono mine giocattolo, studiate appositamente per mutilare, uccidere bambini:

Allora gli ho detto di altri pappagalli verdi, che avevo conosciuto in Afghanistan. Mine antiuomo di fabbricazione russa, modello PFM-1. Gli ho spiegato che le gettano sui villaggi, come fossero volantini pubblicitari che invitano a non perdere lo spettacolo domenicale del circo equestre (…). La forma della mina, con le due ali laterali, serve a farla volteggiare meglio. In altre parole, non cadono a picco quando vengono rilasciate dagli elicotteri, si comportano proprio come i volantini, si sparpagliano qua e là su un territorio molto più vasto. Sono fatte così per una ragione puramente tecnica – affermano i militari – non è corretto chiamarle mine giocattolo. 

Ma a me non è mai successo , tra gli sventurati feriti da queste mine che mi è capitato di operare, di trovarne uno adulto. Neanche uno, in più di dieci anni, tutti rigorosamente bambini. La mina non scoppia subito, spesso non si attiva se la si calpesta. Ci vuole un po’ di tempo – funziona, come dicono i manuali, per accumulo successivo di pressione. Bisogna prenderla, maneggiarla ripetutamente, schiacciarne le ali. Chi la raccoglie, insomma, può portarsela a casa, mostrarla nel cortile agli amici incuriositi, che se la passano di mano in mano, ci giocano. Poi esploderà. 

(…) Che cosa spinge la mente umana a immaginare, a programmare la violenza?

(…) Abbiamo immaginato – sapendo che era tutto maledettamente vero – un ingegnere efficiente e creativo, seduto alla scrivania a fare bozzetti, a disegnare la forma della PFM-1. E poi un chimico, a decidere i dettagli tecnici del meccanismo esplosivo, e infine un generale compiaciuto del progetto, e un politico che lo approva, e operai in un’officina che ne producono a migliaia, ogni giorno. Non sono fantasmi, purtroppo, sono esseri umani: hanno una faccia come la nostra, una famiglia come l’abbiamo noi, dei figli. E probabilmente li accompagnano a scuola la mattina, li prendono per mano mentre attraversano la strada, ché non vadano nei pericoli, li ammoniscono a non farsi avvicinare da estranei, a non accettare caramelle o giocattoli da sconosciuti… Poi se ne vanno in ufficio, a riprendere diligentemente il loro lavoro per essere sicuri che le mine funzionino a dovere, che altri bambini non si accorgano del trucco, che le raccolgano in tanti. Più bambini mutilati, meglio se anche ciechi, e più il nemico soffre, è terrorizzato, condannato a sfamare questi infelici per il resto degli anni. Più bambini mutilati e ciechi, più il nemico è sconfitto, punito, umiliato. 

E come ci consiglia Gino Strada, dovremmo ascoltare le parole di Lella Costa, che in modo altrettanto potente ci racconta questi orrori:

In Pappagalli verdi, Gino Strada non manca di mostrare se stesso e le proprie debolezze, i propri rimpianti (uno su tutti, quello di non essere stato abbastanza vicino a sua moglie Teresa e a sua figlia Cecilia). È umano Gino e ce lo racconta, mentre cerca di spiegarci cosa significhi essere un chirurgo di guerra.

Consiglio di leggere questo libro per aprire gli occhi, come spunto per porsi nuove domande e per esigere da noi stessi e dagli altri delle risposte, per continuare ad essere disgustati dall’odio e dalla violenza, per dare inizio ad un cambiamento, anche nel piccolo del proprio quotidiano.

Grazie Gino Strada, grazie EMERGENCY. Grazie di aver guardato dove molti di noi non hanno il coraggio di guardare.

Elisa

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