37. L’amante di Lady Chatterley – David H. Lawrence

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4 marzo 2018

L’amante di Lady Chatterley fu in origine stampato in forma privata, nel 1928 a Firenze, e immediatamente messo al bando in Inghilterra per trentadue anni  per via dei riferimenti espliciti di carattere sessuale presenti al suo interno. Ma si tratta davvero di un libro tanto scandaloso? Certamente sì, per l’epoca in cui fu scritto, ma neppure oggi si può dire che il “tabù del sesso” sia stato rotto, in quanto alcuni lettori sentono ancora urtata la propria sensibilità durante la lettura. Qualcuno, invece, trova che alcune descrizioni delle pulsioni umane siano esasperate, fino ad essere persino ridicole.

In questo romanzo, però, non bisogna limitarsi ad osservare la relazione amorosa tra una donna della nobiltà, Connie, ed il suo guardiacaccia, Mellors: è anche infatti la storia di una donna che riscopre se stessa e si riscopre libera e agisce per la propria libertà e di un uomo che non si fa servire dalla proprio donna, ma anzi verso la quale mostra piccole, ma preziose attenzioni (non è per nulla banale, ad esempio, la scena in cui Mellors prepara la colazione).

“In quella breve notte estiva imparò molto. Aveva pensato che una donna avrebbe potuto morire di vergogna. E invece, era la vergogna a morire. La vergogna che è paura: la profonda vergogna organica, l’antica paura fisica che s’annida nelle radici stesse del nostro corpo, e che può solo essere scacciata dal fuoco della sensualità,  infine era stata scovata e distrutta dalla caccia fallica dell’uomo e Connie giunse nel cuore stesso della foresta del suo essere. Sentì di essere ormai arrivata nel fondo roccioso della sua natura ed era essenzialmente senza vergogna.”

In L’amante di Lady Chatterley, inoltre, non mancano riflessioni fortemente critiche sulla società inglese del tempo; in particolare, Lawrence contrappone, con descrizioni molto suggestive, il mondo incontaminato bucolico a quello quello grigio e cupo della guerra, delle macchine, delle miniere:

“Ridiscese giù nell’oscurità e nella solitudine del bosco. Ma si rese conto che la solitudine del bosco era illusoria. Il rumore del mondo industriale rompeva la solitudine, le luci violente, anche se non visibili, la irridevano. Non si poteva più stare soli e ritirati. Il mondo non permette eremiti. E adesso aveva preso quella donna, e aveva dato inizio a un nuovo ciclo di dolore e sofferenza (…).

Non era colpa della donna, né dell’amore, né del sesso. La colpa risiedeva là, là fuori, in quelle malefiche luci elettriche e in quel diabolico ronzio di motori. Là, nel mondo dell’avidità meccanica, del meccanismo avido e del’avidità meccanizzata, scoppiettante di luci, rigurgitante metallo incandescente e strepitante di traffico, là risiedeva il male, enorme, pronto a distruggere tutto ciò che gli si opponeva. Presto avrebbe distrutto il bosco, e le campanule non sarebbero più spuntate. Tutte le cose vulnerabili devono perire sotto il rullo compressore dell’acciaio.”

Questo è anche un romanzo che parla di attesa, di capacità di attendere, di rispettare i ritmi della natura e il corso della vita; nella parte conclusiva del libro, i due protagonisti sono però distanti e lo scrittore lascia quello che possiamo definire un finale aperto, non svelandoci cosa ci sia al termine di questa lunga attesa. In ogni caso, molti di noi lettori del Club del Libro lo abbiamo interpretato come un lieto fine:

“Sento che nell’aria ci sono delle grandi mani bianche che cercano di afferrare per la gola tutti quelli che cercano di vivere, di vivere al di là del denaro. Stanno arrivando dei momenti brutti (…). Ma non importa. I momenti brutti non hanno mai fatto appassire i fiori, né l’amore delle donne. Perciò non spegneranno il mio amore per te, né la piccola fiammella che c’è tra me e te. Il prossimo anno staremo insieme.”

Un altro tema molto interessante è stato affrontato durante questo incontro del CdL: è meglio leggere un libro senza conoscerne l’autore o conoscere lo scrittore per capire meglio il romanzo? Ma riguardo a questo, lascio la parola a Pia, che scrive:

Bello il nostro Club del Libro anche quando ci s’infiamma con discussioni che ci fanno discutere, soprattutto arricchire. Me ne è tornata in mente una che era stata fatta qualche incontro fa quando si parlava animatamente del primo libro della quadrilogia della Ferrante. Elena Ferrante, questa sconosciuta! Essa verteva su quanto fosse importante o meno conoscere l’autore, la sua vita, il suo pensiero, altre sue opere, al fine di una lettura più completa di un suo romanzo, nella sua più totale comprensione. Qualcuno sosteneva che non aveva alcuna importanza altri, invece, che era fondamentale.

Ho riproposto a tutti la domanda in occasione della lettura di L’amante di Lady Chatterley dopo che Stefania aveva chiesto chi fosse il curatore della prefazione nella nostra edizione. La prefazione: questo prezioso elemento non presente il tutte le edizioni! Lei stessa durante l’incontro ci ha detto che il romanzo era stato una sorta di testamento culturale dello scrittore; ripercorrendo il romanzo sotto questa ottica appaiono più chiari alcuni aspetti legati all’estrazione sociale dei personaggi e alle dinamiche intercorse fra loro, ai luoghi descritti, alla critica della società del tempo, ai riferimenti al mondo letterario del tempo, alle scelte di vita. Insomma, il romanzo “trasuda” Lawrence, la sua vita, le sue scelte, il suo pensiero.

Posta la domanda ne sono nati alcuni interventi, molto arricchenti, che riporto nella loro integrità. Rossella ha detto che «è molto importante. Può capitare però il processo opposto, e cioè  leggere qualcosa a scatola chiusa ed esserne talmente colpiti da voler approfondire e sapere tutto sull’autore. A me sta succedendo questo con Lawrence!». Silvia aggiunge che «conoscere l’autore nel suo contesto socio-culturale, ma anche le correnti di pensiero che lo hanno ispirato, permette anche di poter scavare approfonditamente nella lettura, nelle tematiche e anche nelle “cose non dette”. Detto ciò, quoto in pieno Ross! ». Simona interviene dicendo che ritiene «fondamentale conoscere la storia, il vissuto dell’autore. È un modo per entrare ancora di più nella trama e capire meglio il suo pensiero» e aggiunge che «uno dei motivi per cui non ho apprezzato la Ferrante è stato anche questo. Il fatto che non si sappia chi sia mi ha condizionato per tutta la lettura». E io, che come Simona avevo delle perplessità in merito anche al suo stile, dico che «sembra di leggere una scrittura non omogenea ma a quattro mani. Chissà… se mai si saprà la verità». Stefania T. scrive che «un’opera, soprattutto un classico, parli o debba parlare da sé. Anche a seconda del lettore, che non è mai un ricevitore neutro ma “agisce” sull’opera e sul suo significato. Però spesso conoscere l’autore, il suo contesto storico e geografico, potenzia il messaggio, lo sostiene e a volte lo svela. (Penso a Frankenstein, uno dei miei classici preferiti: parla da sé. Ma conoscere Mary Shelley e la sua storia porta il lettore a recepire meglio, con più pelle e cuore e stomaco, il romanzo stesso). Insomma, secondo me, non è necessario il contorno se si ha davanti un capolavoro o un classico: però conoscerlo è un vantaggio per il lettore, un “atto individuale” mirato al proprio massimo godimento.

 E voi cosa ne pensate?

Al prossimo incontro!

 

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8 comments

  1. Nulla da aggiungere su Lawrence se non che la lettura in lingua originale aggiunge il quid del ritmo naturale del linguaggio. Potendolo fare è bellissimo leggerlo in Inglese e cogliere le differenze “melodiche” delle lingue usate.
    Una riflessione sulla questione conoscere o non conoscere l’autore quando si legge un libro. A me è capitato a volte di comprare “l’autore” e spesso sono stata delusa da questa scelta, specialmente se il libro era il secondo o il terzo.
    A me piace affrontare l’avventura del testo, conoscere poco dello scrittore per scoprire tra le parole un senso costruito nello scambio con il lettore.Le ultime parole della vostra riflessione tuttavia mi sembrano molto condivisibili e nel mio caso le ho riscontrate durante la ri-lettura di un libro, quando, con maggiori informazioni su testo ,contesto, ed altro ho capito meglio l’intenzione dell’autore e apprezzato alcune idee che non avevo colto in profondità durante la prima lettura. Certo è che per avere voglia di rileggere un libro , deve averti colpito tanto tanto e stimolato la voglia di saperne di più. Accade raramente. Ciao e buona fine settimana. Che bello il vostro Club!

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    1. Ciao! Grazie mille per la tua riflessione: è sempre bello leggere altri pareri! Anche noi durante l’incontro abbiamo avuto modo di discutere riguardo le differenze tra le varie traduzioni e di quanto queste si riflettano sulla lettura! Certamente, il leggere il romanzo in lingua originale sarebbe sempre la cosa migliore.
      Personalmente, concordo con te per quanto riguarda la questione sull’autore: in genere, preferisco approcciarmi ai libri senza “pregiudizi” su chi li ha scritti, anche se, a posteriori, poi mi piace conoscere meglio anche l’autore.

      Buon fine settimana anche a te e grazie ancora di averci letto e di aver condiviso con noi il tuo pensiero! ❤

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  2. Riflessione molto interessante, mi fa piacere che non vi siate soffermati troppo sulla componente sessuale, che anche se è fondamentale non è chiaramente il focus del romanzo. Mi hanno sempre detto che L’amante di Lady Chatterley era un libro che non mi sarebbe piaciuto perché “volgare”, ma mentre lo leggevo ho provato solo un gran senso di malinconia (e anche un po’ di angoscia), specialmente nella prima parte. E’ uno di quei romanzi che avrei voluto mi piacesse di più, che pensavo sarebbe diventato uno dei miei preferiti a fine lettura; ma avvicinandomi alla fine vedevo che mi lasciava comunque un grande vuoto. C’è un pessimismo di fondo in questo romanzo che non mi ha permesso di godermelo come avrei voluto, nonostante il finale dia un briciolo di speranza al lettore.
    Ho letto il libro senza sapere nulla di Lawrence. Infatti sono del partito che preferisce leggere un libro senza farsi influenzare da background o idea politico/religiosa/sociale di un autore; mi sembra, così facendo, di non avere pregiudizi quando comincio la lettura e preferisco approfondire la vita dell’autore successivamente, magari per comprendere meglio certi passaggi del libro (come in questo caso ho fatto per capire cosa pensava Lawrence della classe operaia). Tutto sommato sono d’accordo con il pensiero di Stefania T.: conoscere la storia di un autore potenzia il messaggio, che però – se inviato come si deve – è già stato ricevuto almeno in parte dal lettore.
    Ottimo blog, comincerò a seguirlo e essendo di Torino spero di riuscire a partecipare a un incontro, prima o poi!

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    1. Grazie mille di aver letto queste nostre riflessioni e grazie, soprattutto, per aver condiviso con noi il tuo parere!
      Personalmente, anche io sono stata avvolta da una particolare sensazione di malinconia, leggendo questo romanzo, sono d’accordo con te.
      Ti aspettiamo ad uno dei prossimi incontri! Se vuoi, cercaci su facebook: https://www.facebook.com/groups/129845697094268/ , qui troverai le date e i luoghi degli incontri, oltre che chiacchiere varie tra lettori e amici!

      Mi piace

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