Incontri

47. L’imprevedibile viaggio di Harold Fry – Rachel Joyce

Harold Fry

7 aprile 2019

Mini-recensione di un romanzo dal grande cuore.

Harold è un uomo normale, di quelli che passano e non noti neppure, incatenato in silenzi e cose non dette che hanno letteralmente distrutto il suo matrimonio, appiattito nel grigiume della quotidiana indifferenza.

Harold vive così, facendosi poche domande (per non soffrire e non scoperchiare il mare di dolore che si porta dentro) e restando perlopiù in pantofole a guardare la vita da dietro le spesse tendine di casa sua.

“Era sempre stato troppo inglese; e con questo intendeva che era un uomo mediocre. Mancava di colore.”

Un giorno, Harold riceve una lettera. Una lettera che lo condurrà in un lungo viaggio attraverso l’Inghilterra: un percorso che gli farà avere finalmente un obiettivo e che lo costringerà a vivere il mondo dal suo interno, a prenderne parte, diventando un eroe inconsapevole che, nonostante tutto, continuerà a camminare. Un Forrest Gump di una certa età, diciamo.

Harold Fry (2)

“L’imprevedibile viaggio di Harold Fry” è un romanzo che insegna ad aprirsi al mondo e agli abitanti che ne fanno parte, che sfida i nostri limiti e ci insegna la fiducia negli altri.

“Non era più sicuro di dove finisse lui e cominciasse ufficialmente il mondo intero”

Un romanzo sul valore della solitudine, ma anche sul superamento del terrore che si può provare per essa. Perché, nel nostro lungo percorso, ci sarà sempre qualcuno con cui condividere almeno un pezzetto di strada, chi per un tè caldo, chi per un ballo, chi per raccontarci un pezzetto della propria vita, chi per una chiacchierata senza pretese e chi per curarci le ferite. Ci sarà però, anche chi proverà a deviare il nostro viaggio, creando dissapori con la propria smania di protagonismo, facendoci sentire la necessità e il sollievo della solitudine, per non perdere il senso del nostro camminare.

“La gente comprava il latte, faceva il pieno di benzina, o spediva lettere. Ma ciò che tutti ignoravano era il terribile peso della cosa che si portavano dentro. Lo sforzo sovrumano che a volte ci voleva per essere normali, e tutte quelle cose apparentemente semplici e quotidiane. La solitudine di tutto questo.”

Un romanzo per chi ha il terrore di mettersi in viaggio, solo, con le proprie paure. Per chi non è più in contatto con i propri pensieri.

Se lo spirito con cui ho iniziato questo romanzo era quello della diffidenza verso la classica storia di viaggio, ciò che poi mi sono ritrovata a fare è stato di leggere pagina dopo pagina, in un fiume di emozioni, caldissime e poi freddissime, saltando le parole per vedere cosa sarebbe accaduto dopo, per poi tornare indietro e rileggere tutte quelle frasi che hanno toccato le mie corde più sensibili, o quelle più scoperte.

Voglio perdonare l’autrice Rachel Joyce per quei rari passaggi che mi hanno spinta ad allontanarmi leggermente perché sollevavano il velo della narrazione facendo emergere quella sensazione di lieve finzione del “nella realtà non sarebbe andata così”.

E questo perché, in fondo in fondo, non lo so neppure io se le cose potrebbero andare o no in quel modo, se la realtà poi non si riduce semplicemente ad un donare fiducia al mondo e ricevere liberamente in cambio tutto il bene, la bellezza e l’unicità che le persone si portano dentro.

Un viaggio che ha tutta l’aria di manifestarsi come metafora della vita stessa, con i suoi sentieri confusi e le sue deviazioni improvvise e frustranti, ma che ci farà cogliere finalmente la bellezza della difficoltà e la gioia della condivisione. Siete pronti ad accogliere l’esistenza e a lanciarvi in questa lettura piena di meravigliosi e vividi colori?

Grazie a Silvia, di Porto Intergalattico (clicca sul link per scoprire tanta Bellezza!)

E voi cosa ne pensate?

Al prossimo incontro!

41. La scopa del sistema – David Foster Wallace

DFW

“Mindy aveva ricominciato a guardare il vestito viola. Alzò gli occhi e li puntò su quelli tondi di Candy. – Noi ci conosciamo? – chiese.
– No, non credo. – Candy scosse la testa, poi la chinò di lato. – Perché?
– Non so. Non vorrei sembrarle scortese, ma quel vestito sono sicura di averlo già visto.
– Questo vestito? – Candy abbassò lo sguardo sul vestito. – È un vestito incredibilmente vecchio. Era di una mia amica (…). Lenore Beadsman, le dice qualcosa?”

30 settembre 2018

Quando lo scorso luglio il Club del Libro ha proposto e votato La scopa del sistema come lettura per l’incontro di settembre, pochi membri del gruppo conoscevano e avevano già letto David Foster Wallace e nessuno aveva fatto caso al fatto che, proprio a settembre, ricorreva il decimo anniversario della sua morte. Wallace morì suicida, all’età di 46 anni, il 12 settembre 2008. Tale coincidenza ci ha permesso forse ancora di più di conoscerlo, non solo attraverso al suo libro, ma anche grazie a una serie di conferenze tenutesi al Circolo dei Lettori di Torino in questa occasione e uno speciale del Robinson (il settimanale culturale della domenica di Repubblica) dedicato appunto a DFW.

David Foster Wallace era un genio, un uomo appassionato e empatico, uno studioso, uno sportivo, un uomo impegnato socialmente e politicamente, un uomo dai mille interessi e altrettante capacità. Guardava il mondo e l’umanità con gli occhi curiosi e attenti di un bambino, li interpretava con la mente di un filosofo e con il giudizio critico di un matematico, li amava e capiva con il cuore puro di un brav’uomo.

Capivi la sua libertà intellettuale nel modo in cui affrontava lo sport: nessuna differenza rispetto alla passione e alla competenza che dimostrava quando parlava di Kafka o Céline. E capivi il suo genio dai collegamenti inaspettati e folgoranti: il conformismo era per lui una trappola quanto l’anticonformismo.

Antonio Monda, da Robinson 9 settembre 2018

Ci sono autori e libri che rendono gli incontri del CdL particolarmente vivi, intensi e ricchi e Wallace e La scopa del sistema sono sicuramente tra questi. La scopa del sistema fu la tesi in scrittura creativa e, al tempo stesso, il romanzo d’esordio di DFW, pubblicato nel 1987, quando egli aveva solo 25 anni; già  conoscere questa informazione ha cambiato la chiave di lettura di molti partecipanti all’incontro: come può un ragazzo così giovane aver scritto pagine tali? Questa la domanda più impellente, tra sentimenti misti di ammirazione, incredulità e anche tristezza, dispiacere: in questo libro, infatti, si scorge il genio, ma anche, in un certo senso, la depressione che lo affliggeva, perché è poca la luce che emerge tra le pagine.

La scopa del sistema ha dato vita a un acceso dibattito, non tanto una contrapposizione tra chi ha odiato e chi ha amato questo libro, ma piuttosto una discussione rivolta alla ricerca del suo significato più profondo e autentico, tra scetticismo e curiosità. La scopa del sistema è stata paragonata, durante l’incontro, ad un farmaco con eccessivi effetti collaterali, tali da indurne la sospensione: i personaggi bizzarri che popolano il romanzo, il linguaggio ostico, gli eventi surreali e i continui salti nel tempo e nello spazio del racconto hanno reso, per molti, la lettura estremamente faticosa e, talvolta, persino fastidiosa. Senza dubbio, DFW gioca col lettore, ponendolo di fronte a numerosi pezzi di un puzzle che sarà lui stesso a dover comporre (o, come è stato detto, il libro è un insieme di “spezzoni di un film di cui manca il montaggio e di cui proprio il lettore deve farsi carico”), senza che lo scrittore lo conduca mano nella mano, ma anzi chi legge deve in qualche modo “arrangiarsi”. E forse proprio per questo motivo, qualcuno si è sentito inadeguato e perso durante la lettura, qualcuno infastidito tanto da dover desistere e altri invece hanno vissuto la lettura come una sfida e l’hanno portata a termine proprio attirati dalla sua difficoltà, ma comunque rimanendo scettici a riguardo e arrivando a dire che “La scopa del sistema è un minestrone di cui non si capisce il gusto: c’è troppo al suo interno”.

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Illustrazione di Emiliano Ponzi per Robinson

 

Ed è forse proprio l’abbondanza (di concetti, di parole, di personaggi, di storie, di dettagli, …) ad essere il più grande difetto e, insieme, il più grande pregio di questo romanzo. Tanto che la trama viene come sommersa, è come se questa passasse in secondo piano, come se fosse semplicemente una base su cui poggia il vero interesse di DFW, ovvero le parole. Lo scrittore è quasi maniacale nella scelta di ogni singolo termine e della punteggiatura e sfrutta tutte le possibilità che gli fornisce la lingua inglese, utilizzando modi di dire e giochi di parole, che spesso risultano intraducibili in altre lingue. Si può quindi dire che questo libro non possa essere capito fino in fondo, sia per la presenza di innumerevoli strati di significati (è un continuo romanzo nel romanzo, racconto nel racconto) sia per la barriera linguistica (sormontabile solo da chi possieda un’importante conoscenza della lingua inglese). Ed è proprio per questo che se dovessimo descrivere la trama di La scopa del sistema, non ne saremmo in grado.

“Questo racconto mi sembra quasi impossibile da tradurre, in particolare per l’abbondanza di usi irregolari, e tipicamente anglofoni, nella punteggiatura e nei dispositivi sintattici”; ” non so come puoi sperare di far passare tutto questo in un’altra lingua”; “il racconto non avrà senso oppure dovrai riscriverlo, perdendo molte delle anomalie linguistiche che (a mio parere) sono il suo punto di forza”; “non ho idea di come si possano ottenere questi effetti in traduzione. desolatamente, David Foster Wallace”. Sono tutti brani di una stessa lettera che Wallace mi scriveva nel giugno 2001, in risposta a una richiesta di chiarimenti su alcuni punti di un suo racconto (…). Lavoravo come traduttrice solo da tre anni e non avevo mai incontrato  un tale scetticismo, una tale resistenza, nei confronti del mio mestiere. Mi si spezzò un po’ il cuore. Poi, con tutta la cura del mondo, tradussi comunque: perché capivo. Come capisce chiunque ami questo scrittore proverbialmente “difficile” e cervellotico, e al tempo stesso capace di generare in alcuni lettori una commozione e un’empatia straordinari. Il punto è che per Wallace il linguaggio era l’unico modo per ovviare al fatto che siamo esseri finitissimi, sofferenti e dolorosamente chiusi in noi stessi. Esprimersi linguisticamente con cura, precisione, originalità, riproducendo nella maniera più genuina possibile la ricchezza di idee, emozioni, immagini che si ha dentro può creare vera comunicazione tra sé e l’altro, scavalcare i confini del corpo, del tempo, dello spazio: è questa la potenza magica della letteratura, il clic che unisce d’un tratto scrittore e lettore nell’attimo in cui le parole sulla pagina creano riconoscimento. “Il mondo reale è pieno di solitudine esistenziale”, diceva in un’intervista. “Io non so cosa stai pensando o cosa si prova a stare dentro la tua testa, e tu non sai cosa si prova a stare dentro la mia. Nella letteratura penso che in un certo senso riusciamo a saltare oltre questo muro”.

La sua prosa studiatissima e sudatissima in cui non c’è neanche un segno di punteggiatura inserito con sciatteria o per caso, il suo apparente desiderio di rivestire delle parole giuste ogni concavità, convessità e ramificazione del pensiero o della realtà sembrano a volte rasentare la pedanteria, ma sono in realtà segno di un’enorme generosità e onestà intellettuale, non un gesto di esibizionismo snob, ma il tentativo (appassionato, quasi disperato) di stabilire un contatto autentico e solidale con il lettore. A uno scrittore del genere non c’è da stupirsi che la possibilità di fraintendimento – e comunque l’impossibilità della fedeltà – insista in ogni traduzione facesse paura. Si trattava di quel delicatissimo sforzo di qualcun altro, senza poterne verificare l’esito. Eppure, con la sua tipica cura, dopo le dichiarazioni di scetticismo, si dedicava a rispondere minuziosamente alle mie domande, dandomi mille spiegazioni sui punti dubbi; e non mancava mai di ribadirmi con affetto la sua fiducia.

Il nemico di Wallace, insomma, non sono mai stati i suoi traduttori. Il nemico di Wallace era la lingua che non assolve con rigore e con passione alla sua funzione salvifica, la lingua banale, sciatta, stereotipata, approssimativa, la lingua che compiace e ottunde, la lingua dell’ironia vuota, cinica e cooptata dal sistema: più nello specifico, la lingua della pubblicità, degli slogan, della propaganda. Quella che non mette in comunicazione le coscienze, non le fa scintillare, ma le addomestica e le inebetisce, lasciandole isolate e indifese. Ed è contro questa lingua che la sua opera resta un baluardo prezioso.

Martina Testa, da Robinson 9 settembre 2018

Durante l’incontro, più volte il romanzo è stato descritto come intriso di surrealismo e, altrettanto spesso, si è definito Wallace come estremamente realista; non è forse questo paradossale? E invece in ciò sta gran parte del fascino di DFW, scrittore in grado di raccontare storie paradossali, popolate di personaggi folli e psichedelici, mettendo però a fuoco ogni dettaglio nella descrizione sia dei personaggi sia degli oggetti e dei paesaggi in cui le vicende si svolgono. Nella sua scrittura, Wallace è molto fisico, corporale, lenticolare e tra le sue pagine concreto e astratto si fondono in maniera talmente armoniosa da risultare, infine, poetica.

Eccone un esempio:

“Uno degli alberi in cima alla collina, che mi fermai a guardare giocherellando col berretto e riprendendo fiato dopo la salita e mentre la fila di studenti si biforcava per superarmi e poi sparire al suono della campanella nei due edifici principali, uno di quegli alberi stava cominciando ad ardere di colore, leggermente, un mero alito di rosso esitante soffuso intorno al profilo dell’albero stagliato contro il sole, il sangue dell’albero defluito per primo dalle foglie più distanti dal suo cuore; concentrai il mio sguardo sull’alito di rosso sgualcito che incorniciava un corpo di verde morbido, con la luce del sole che ammiccava attraverso i rami al loro fremere e frusciare nella brezza, finché venni richiamato altrove dalla duplice urgenza di rimembrare e far pipì.”

Un altro aspetto che non è passato inosservato durante la lettura e la discussione su La scopa del sistema è il modo in cui Wallace esamina e mette in luce ogni aspetto della natura umana, mostrandone anche gli aspetti più crudi e meno dignitosi, non nascondendone i difetti peggiori. DFW fu molto impegnato socialmente e politicamente e non si tirò mai indietro dal criticare la società in cui viveva, ma quello che colpisce è il fatto che egli non abbia mai smesso di guardare se stesso e gli uomini tutti, in generale, con grande empatia e autentica umanità: la sua non è una critica sterile, distruttiva, ma ha sempre come scopo quello di rendere le persone più consapevoli di se stesse, degli altri e del mondo che le circonda.

La libertà di essere tutti dei signori di minuscoli regni grandi come il nostro cranio, soli al centro del creato. Questo tipo di libertà ha molti lati positivi. Ma naturalmente
vi sono molti altri tipi di libertà, e del tipo che è il più prezioso di tutti, voi non sentirete proprio parlare nel grande mondo esterno del volere, dell’ottenere e del mostrarsi. La libertà del tipo più importante richiede attenzione e consapevolezza e disciplina, e di essere veramente capaci di interessarsi ad altre persone e a sacrificarsi per loro più e più volte ogni giorno in una miriade di modi insignificanti e poco attraenti. Questa è la vera libertà. Questo è essere istruiti e capire come si pensa. L’alternativa è l’incoscienza, la configurazione di base, la corsa al successo, il senso costante e lancinante di aver avuto, e perso, qualcosa di infinito.

This is water, David Foster Wallace, dal discorso per la cerimonia delle lauree al Kenyon college, 21 maggio 2005

Parlare di La scopa del sistema non è un compito semplice (come si può non tralasciare niente di un libro così intenso e ricco e “infinito” tanto da non avere neppure il punto di fine nell’ultima riga dell’ultima pagina?) e tanto meno lo è parlare di David Foster Wallace. Non resta che consigliare di leggere i suoi scritti per farsi una propria idea, o almeno provarci. O forse sarebbe meglio non dare questo consiglio, chi lo sa.

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Illustrazione di Emiliano Ponzi per Robinson

 

Be’, era chiaramente il più dotato di tutti. Leggeva del mondo pagine in più, o righe nascoste, che nessuno vedeva; non necessariamente erano passaggi fondamentali, ma è vero che il composto chimico che chiamiamo vita nasce anche da certo spreco gratuito, esibizione insignificante, generosità senza scopo; lui registrava tutto, in modo meticoloso e ilare; ne rendeva poi conto in quella prosa che sembrava sgorgargli facilissima – ma non so se così fosse – e tentacolare e luminosa. Non sembravano porgergli difficoltà i labirinti della lingua, della sintassi, del lessico. Era uno di quegli scrittori, rarissimi, in cui la scrittura sembra la forma necessaria del pensiero, il naturale epilogo dell’intelligenza, un necessario detrito di un processo di comprensione. Capiva e quindi scriveva.

Alessandro Baricco, da Robinson 9 settembre 2018

E voi cosa ne pensate?

Al prossimo incontro!

 

 

 

37. L’amante di Lady Chatterley – David H. Lawrence

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4 marzo 2018

L’amante di Lady Chatterley fu in origine stampato in forma privata, nel 1928 a Firenze, e immediatamente messo al bando in Inghilterra per trentadue anni  per via dei riferimenti espliciti di carattere sessuale presenti al suo interno. Ma si tratta davvero di un libro tanto scandaloso? Certamente sì, per l’epoca in cui fu scritto, ma neppure oggi si può dire che il “tabù del sesso” sia stato rotto, in quanto alcuni lettori sentono ancora urtata la propria sensibilità durante la lettura. Qualcuno, invece, trova che alcune descrizioni delle pulsioni umane siano esasperate, fino ad essere persino ridicole.

In questo romanzo, però, non bisogna limitarsi ad osservare la relazione amorosa tra una donna della nobiltà, Connie, ed il suo guardiacaccia, Mellors: è anche infatti la storia di una donna che riscopre se stessa e si riscopre libera e agisce per la propria libertà e di un uomo che non si fa servire dalla proprio donna, ma anzi verso la quale mostra piccole, ma preziose attenzioni (non è per nulla banale, ad esempio, la scena in cui Mellors prepara la colazione).

“In quella breve notte estiva imparò molto. Aveva pensato che una donna avrebbe potuto morire di vergogna. E invece, era la vergogna a morire. La vergogna che è paura: la profonda vergogna organica, l’antica paura fisica che s’annida nelle radici stesse del nostro corpo, e che può solo essere scacciata dal fuoco della sensualità,  infine era stata scovata e distrutta dalla caccia fallica dell’uomo e Connie giunse nel cuore stesso della foresta del suo essere. Sentì di essere ormai arrivata nel fondo roccioso della sua natura ed era essenzialmente senza vergogna.”

In L’amante di Lady Chatterley, inoltre, non mancano riflessioni fortemente critiche sulla società inglese del tempo; in particolare, Lawrence contrappone, con descrizioni molto suggestive, il mondo incontaminato bucolico a quello quello grigio e cupo della guerra, delle macchine, delle miniere:

“Ridiscese giù nell’oscurità e nella solitudine del bosco. Ma si rese conto che la solitudine del bosco era illusoria. Il rumore del mondo industriale rompeva la solitudine, le luci violente, anche se non visibili, la irridevano. Non si poteva più stare soli e ritirati. Il mondo non permette eremiti. E adesso aveva preso quella donna, e aveva dato inizio a un nuovo ciclo di dolore e sofferenza (…).

Non era colpa della donna, né dell’amore, né del sesso. La colpa risiedeva là, là fuori, in quelle malefiche luci elettriche e in quel diabolico ronzio di motori. Là, nel mondo dell’avidità meccanica, del meccanismo avido e del’avidità meccanizzata, scoppiettante di luci, rigurgitante metallo incandescente e strepitante di traffico, là risiedeva il male, enorme, pronto a distruggere tutto ciò che gli si opponeva. Presto avrebbe distrutto il bosco, e le campanule non sarebbero più spuntate. Tutte le cose vulnerabili devono perire sotto il rullo compressore dell’acciaio.”

Questo è anche un romanzo che parla di attesa, di capacità di attendere, di rispettare i ritmi della natura e il corso della vita; nella parte conclusiva del libro, i due protagonisti sono però distanti e lo scrittore lascia quello che possiamo definire un finale aperto, non svelandoci cosa ci sia al termine di questa lunga attesa. In ogni caso, molti di noi lettori del Club del Libro lo abbiamo interpretato come un lieto fine:

“Sento che nell’aria ci sono delle grandi mani bianche che cercano di afferrare per la gola tutti quelli che cercano di vivere, di vivere al di là del denaro. Stanno arrivando dei momenti brutti (…). Ma non importa. I momenti brutti non hanno mai fatto appassire i fiori, né l’amore delle donne. Perciò non spegneranno il mio amore per te, né la piccola fiammella che c’è tra me e te. Il prossimo anno staremo insieme.”

Un altro tema molto interessante è stato affrontato durante questo incontro del CdL: è meglio leggere un libro senza conoscerne l’autore o conoscere lo scrittore per capire meglio il romanzo? Ma riguardo a questo, lascio la parola a Pia, che scrive:

Bello il nostro Club del Libro anche quando ci s’infiamma con discussioni che ci fanno discutere, soprattutto arricchire. Me ne è tornata in mente una che era stata fatta qualche incontro fa quando si parlava animatamente del primo libro della quadrilogia della Ferrante. Elena Ferrante, questa sconosciuta! Essa verteva su quanto fosse importante o meno conoscere l’autore, la sua vita, il suo pensiero, altre sue opere, al fine di una lettura più completa di un suo romanzo, nella sua più totale comprensione. Qualcuno sosteneva che non aveva alcuna importanza altri, invece, che era fondamentale.

Ho riproposto a tutti la domanda in occasione della lettura di L’amante di Lady Chatterley dopo che Stefania aveva chiesto chi fosse il curatore della prefazione nella nostra edizione. La prefazione: questo prezioso elemento non presente il tutte le edizioni! Lei stessa durante l’incontro ci ha detto che il romanzo era stato una sorta di testamento culturale dello scrittore; ripercorrendo il romanzo sotto questa ottica appaiono più chiari alcuni aspetti legati all’estrazione sociale dei personaggi e alle dinamiche intercorse fra loro, ai luoghi descritti, alla critica della società del tempo, ai riferimenti al mondo letterario del tempo, alle scelte di vita. Insomma, il romanzo “trasuda” Lawrence, la sua vita, le sue scelte, il suo pensiero.

Posta la domanda ne sono nati alcuni interventi, molto arricchenti, che riporto nella loro integrità. Rossella ha detto che «è molto importante. Può capitare però il processo opposto, e cioè  leggere qualcosa a scatola chiusa ed esserne talmente colpiti da voler approfondire e sapere tutto sull’autore. A me sta succedendo questo con Lawrence!». Silvia aggiunge che «conoscere l’autore nel suo contesto socio-culturale, ma anche le correnti di pensiero che lo hanno ispirato, permette anche di poter scavare approfonditamente nella lettura, nelle tematiche e anche nelle “cose non dette”. Detto ciò, quoto in pieno Ross! ». Simona interviene dicendo che ritiene «fondamentale conoscere la storia, il vissuto dell’autore. È un modo per entrare ancora di più nella trama e capire meglio il suo pensiero» e aggiunge che «uno dei motivi per cui non ho apprezzato la Ferrante è stato anche questo. Il fatto che non si sappia chi sia mi ha condizionato per tutta la lettura». E io, che come Simona avevo delle perplessità in merito anche al suo stile, dico che «sembra di leggere una scrittura non omogenea ma a quattro mani. Chissà… se mai si saprà la verità». Stefania T. scrive che «un’opera, soprattutto un classico, parli o debba parlare da sé. Anche a seconda del lettore, che non è mai un ricevitore neutro ma “agisce” sull’opera e sul suo significato. Però spesso conoscere l’autore, il suo contesto storico e geografico, potenzia il messaggio, lo sostiene e a volte lo svela. (Penso a Frankenstein, uno dei miei classici preferiti: parla da sé. Ma conoscere Mary Shelley e la sua storia porta il lettore a recepire meglio, con più pelle e cuore e stomaco, il romanzo stesso). Insomma, secondo me, non è necessario il contorno se si ha davanti un capolavoro o un classico: però conoscerlo è un vantaggio per il lettore, un “atto individuale” mirato al proprio massimo godimento.

 E voi cosa ne pensate?

Al prossimo incontro!

 

36. Quel che resta del giorno – Kazuo Ishiguro

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28 gennaio 2018

Per omaggiare Kazuo Ishiguro, in seguito alla vittoria del Premio Nobel 2017, il CdL ha deciso di leggere uno dei suoi romanzi più famosi, The remains of the day. L’Accademia ha motivato la sua scelta parlando di romanzi “dalla grande forza emotiva” in cui l’autore “ha svelato l’abisso del nostro illusorio senso di connessione con il mondo”.

“Kazuo Ishiguro, in novels of great emotional force, has uncovered the abyss beneath our illusory sense of connection with the world”.

Quel che resta del giorno è la storia di un viaggio, un viaggio che corre parallelo sulle strade della campagna inglese e nei ricordi di un uomo ormai non più giovane e quasi al termine della sua carriera. Mr Stevens è un maggiordomo irreprensibile, che ha trascorso la sua vita ponendosi un unico obiettivo: la perfezione. Ma dopo aver servito per anni Lord Darlington, si trova alle dipendenze di Mr Farraday, un ricco americano e nuovo proprietario di Darlington Hall: è in realtà ormai alla fine l’epoca delle nobili famiglie e delle grandi magioni pullulanti di silenziosi ed indaffarati maggiordomi, governanti, cuochi e servitori di ogni grado. Mr Stevens, però, sembra non voler riconoscere del tutto la nuova situazione e, anzi, coglie l’opportunità offertagli da Mr Farraday di prendersi per la prima volta nella sua vita una vacanza, ma lo fa con l’intento di andare a trovare una vecchia collega, che ormai da tempo non lavora più a Darlington Hall, per proporle di tornare ad esserne la governante.

Ed è così che, all’inizio dell’agosto 1956, Mr Stevens parte, a bordo della Ford del suo padrone, diretto verso la Cornovaglia e nasce, in questo modo, per lui l’occasione di ripercorrere con la mente alcuni episodi importanti della sua vita e di tirare le fila della sua carriera.

“(…) mentre guidavo in pieno sole in direzione del Berkshire, continuavo a sorprendermi di quanto la campagna circostante mi fosse familiare. Ma ecco che alla fine anche i dintorni si fecero irriconoscibili, cosicché mi resi conto di essere andato al di là di ogni confine precedentemente raggiunto. Ho sentito alcuni descrivere il momento in cui, dopo aver spiegato le vele su una barca, alla fine si perde di vista la terraferma, e immagino che la sensazione di disagio mista ad eccitazione che talvolta viene descritta in rapporto a quel momento debba essere qualcosa di molto simile a ciò che provavo in quella Ford man mano che il paesaggio intorno a me si faceva più estraneo.”

Con una scrittura elegante, precisa, senza sbavature e perfettamente misurata, come il suo protagonista, Ishiguro porta in questo modo il lettore quasi ad immaginarsi a bordo della Ford, sul sedile del passeggero, in ascolto del lungo monologo di Mr Stevens. Egli racconta la sua crescita come maggiordomo, ponendo l’accento su quella che lui ritiene essere la qualità più importante nel suo lavoro, ovvero la dignità. Osserviamo così, andando a ritroso nel passato, un uomo che ha dedicato tutta la sua vita a servire Lord Darlington, senza mai metterne in discussione le decisioni, nemmeno quelle più moralmente discutibili, in vista di un bene maggiore per l’Inghilterra.

Mr Stevens viene rappresentato come un uomo “senza emozioni”, rigido e freddo, non un uomo cattivo, ma quasi inumano. Il suo viso, i suoi gesti, le sue parole: tutto è misurato, soppesato, ordinato, nulla è lasciato al sentimento, all’umano istinto. Si commuove e piange poche lacrime alla morte del padre (anche lui maggiordomo per tutta la vita), ma lo fa continuando imperterrito nel suo lavoro, servendo illustri uomini politici e rimanendo incapace di comunicare con suo padre, persino quando quest’ultimo fa un tentativo di riavvicinamento.

C’è una persona, però, che sembra far vacillare l’imperturbabile Mr Stevens: la governante, Miss Kenton, una donna sicura di sé e delle sue capacità, una donna che trova qualcosa nel profondo di Mr Stevens e spera di poterlo tirare fuori. Per tutto il romanzo, i lettori inguaribili romantici come me hanno sperato e intravisto nel loro rapporto, fatto di dispetti e battibecchi e poi di parole gentili, ma distaccate, un amore in attesa di divampare. I più cinici, invece, erano convinti della totale incapacità del maggiordomo di provare sentimenti di qualsivoglia genere. Chi, alla fine, ha avuto ragione, non posso svelarlo per non rovinare il piacere della lettura a chi ancora non l’abbia intrapresa.

Una cosa però è certa: alla fine del suo viaggio, Mr Stevens non sembra provare rimpianti per il modo solitario e rigido con cui ha condotto la propria vita. Cieco di fronte alla bellezza delle variegate sensazioni umane e arido lavoratore incapace di altro oppure uomo soddisfatto per aver raggiunto il suo obiettivo e, anzi, in grado di trovare sempre nuove possibilità di miglioramento? Chi siamo noi per giudicare la vita di un altro? Ognuno fa i conti con le proprie scelte, ognuno attribuisce alle cose della vita diverse priorità.

Quel che resta del giorno

Mr Stevens non è esattamente un personaggio a cui affezionarsi, ma suscita nel lettore molti e diversi sentimenti (forse proprio quelli che lui invece non è in grado di provare): rabbia per la sua cecità, insofferenza per il suo continuo contegno, un po’ di invidia per la sua capacità di dedicarsi completamente al raggiungimento della sua meta, pietà per la sua solitudine, simpatia per il suo essere impacciato al di fuori del suo lavoro. Quel che è certo, però, è che al termine del suo viaggio, Mr Stevens ha ben chiaro il suo futuro, mentre noi lettori ci ritroviamo a fare i conti con il nostro di passato. Non siamo riusciti a dare una risposta univoca alla domanda se Mr Stevens davvero non abbia rimpianti o rimorsi, di certo però non sembra volersi abbandonare ad essi. C’è qualcosa di ben più importante a cui dedicarsi durante il viaggio di ritorno: Mr Stevens vuole imparare a fare battute di spirito, che sembrano piacere molto al suo nuovo datore di lavoro americano, Mr Farraday, per il quale lui vuole diventare il miglior maggiordomo possibile.

“Mi vien fatto di pensare inoltre, che non sia affatto irragionevole da parte di un datore di lavoro aspettarsi lo scambio di battute spiritose come una incombenza che un vero professionista sia in grado di attuare. naturalmente io ho già dedicato molto tempo a potenziare la mia capacità di pronunciare delle battute spiritose, ma è altresì possibile che io non abbia mai in precedenza affrontato il compito con l’impegno che avrei dovuto dedicargli. È possibile allora che al mio rientro, domani, a Darlington Hall – Mr Farraday non tornerà prima di un’altra settimana – comincerò ad esercitarmi con rinnovato impegno. E di conseguenza con la fiducia che quando il mio padrone tornerà a casa, sarò in grado di fargli una piacevole sorpresa.”

Al termine dell’incontro del Club del Libro, con una tazza di english tea e latte tra le mani, siamo stati costretti ad ammettere di non essere riusciti a decifrare fino in fondo questo personaggio tratteggiato magistralmente dalla penna di Ishiguro.

 

Dal romanzo, è stato tratto un film, recitato da Anthony Hopkins nei panni di Mr Stevens:

 

Al prossimo incontro!

35. Il suono del mondo a memoria – Giacomo Bevilacqua

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10 dicembre 2017

Uno, due, tre, quattro…

L’ultimo incontro dell’anno del Club del Libro ci ha permesso in immergerci in quella che definirei una favola moderna: la storia di un giovane uomo che, sopraffatto dal dolore di una separazione, accetta una sfida con se stesso e con il mondo che lo circonda, decidendo di non parlare con nessuno per due mesi. Sfida particolarmente difficile, considerando che ci troviamo a New York, la più caotica forse delle città. E come in ogni favola che si rispetti, il protagonista incontrerà delle difficoltà, ma anche delle “ricompense” lungo il suo percorso. Per quanto riguarda il lieto fine… beh, non vi toglierò il piacere della lettura svelandovi se si realizzerà oppure no!

Uno, due, tre, quattro…

Torniamo al nostro incontro. Il suono del mondo a memoria è stato il secondo graphic novel che abbiamo letto insieme e, dopo Superzelda (di cui vi ho parlato qui), è stato come scoprire una realtà ancora diversa e nuova: si tratta infatti di due opere differenti sotto molteplici punti di vista. Innanzitutto, Superzelda è una vera e propria biografia a fumetti, un resoconto cronologico della vita dei Fitzgerald, mentre Il suono del mondo a memoria è, come dicevo all’inizio, una favola. Agli antipodi, poi, le scelte artistiche: nel primo caso si fa uso di disegni monocromatici stilizzati, caricaturali, a volte persino approssimativi forse, mentre nell’opera di Bevilacqua spiccano la ricchezza cromatica, la precisione dei dettagli, la bellezza di ogni disegno, le tinte pastello.

Uno, due, tre, quattro…

Rimanendo sul tema del disegno, sicuramente su un aspetto eravamo tutti d’accordo durante l’incontro: le incredibili doti artistiche di Bevilacqua, le cui tavole, così realistiche e al tempo stesso impregnate della luce e dell’atmosfera tipiche dei sogni, ci hanno fatto innamorare e quasi desiderare di trasformare ognuna di esse in un quadro con cui arricchire le pareti delle nostre case. Sfogliando Il suono del mondo a memoria ci si stupisce e meraviglia della potenza dei dettagli, della perfetta scelta dei colori e delle tonalità, delle espressioni che caratterizzano i volti dei personaggi, uomini e donne, che popolano il romanzo a fumetti. Protagonista assoluta, però, rimane la città di New York, che viene rappresentata con una maestria tale da superare in potenza evocativa anche le più belle fotografie o cartoline. Abbiamo tutti desiderato recarci a New York per la prima volta o ritornarci, ci siamo tutti un po’ sentiti, per la durata della lettura, catapultati nella Grande Mela.

Uno, due, tre, quattro…

Per quanto riguarda, invece, la trama, noi lettori del CdL ci siamo un po’ divisi, esprimendo opinioni diverse. In generale, è stata apprezzata l’originalità della storia e il divertente utilizzo dei colpi di scena con cui l’autore fabbrica piccoli “inganni” e devia il lettore, per poi svelargli la verità solo verso la fine (e alcuni di noi nemmeno alla fine, in realtà, si sono accorti di essere caduti nelle trappole ed è stato un momento davvero spassoso quando poi hanno scoperto tutto durante l’incontro!). Qualcuno di noi, però, ha trovato alcuni passaggi della storia un po’ banali, come se qua e là fossero stati inseriti aforismi di impatto ed accattivanti, ma di scarsa profondità (sensazione spiacevole, soprattutto tenendo conto, appunto, di una trama che di per sé sembrava assolutamente promettente). Un’altra critica che è stata rivolta a questo graphic novel riguarda l’utilizzo di un linguaggio a tratti troppo colloquiale, che stona con l’andamento della storia.

Uno, due, tre, quattro…

Una menzione speciale alla azzeccata similitudine tra due biglie, che seguono una propria traiettoria, ma che, scontrandosi o anche solo sfiorandosi, inevitabilmente cambiano direzione, e quello che succede nella vita di tutti i giorni alle persone, che, anche senza accorgersene, incrociano il proprio destino e, inevitabilmente anche in questo caso, in qualche modo lo trasformano.

Uno, due, tre, quattro…

Non vi svelerò il significato di questi uno, due, tre, quattro…, non vi dirò perché ho tenuto il tempo mentre scrivevo e ho voluto farlo tenere anche a voi mentre leggevate: scopritelo lasciandovi trasportare dalla musica che vi avvolgerà aprendo Il suono del mondo a memoria di Giacomo Bevilacqua.

Uno, due, tre, quattro…

“Innalzo ponti di silenzio sopra fiumi di parole”

Al prossimo incontro!

 

 

34. Il dio delle piccole cose – Arundhati Roy

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12 novembre 2017

«Rahel», disse Ammu. «Ti rendi conto di quel che hai detto?»

Due occhi spaventati e una fontana si girarono verso Ammu.

«Va tutto bene. Non aver paura», disse Ammu. «Rispondimi e basta. Ti rendi conto?»

«Di cosa?» disse Rahel con la più sottile delle sue voci.

«Di quello che hai detto», disse Ammu.

Due occhi spaventati e una fontanella si girarono verso Ammu.

«Lo sai cosa succede quando ferisci le persone?» disse Ammu. «Quando le ferisci, cominciano a volerti meno bene. Ecco cosa fanno le parole sbadate. Fanno sì che gli altri ti vogliano un po’ meno bene».

Una fredda farfalla notturna con ciuffi dorsali inusitatamente fitti atterrò leggera sul cuore di Rahel. Dove le sue zampette ghiacciate la toccarono le venne la pelle d’oca. Sei pellodoche sul suo cuore sbadato.

La sua Ammu le voleva un po’ meno bene.

Le parole bisogna sceglierle con cura, le parole sono armi potentissime e bisogna saperle maneggiare. Ed è per questo che, per raccontarvi Il dio delle piccole cose, mi affiderò alle parole, in particolare a quelle che più spesso abbiamo pronunciato durante l’incontro del Club del Libro:

  • India. Arundhati Roy non scrive per compiacere il lettore occidentale, non racconta l’India che visitano i turisti ingenui, ma descrive senza il filtro del pudore la realtà, i gesti quotidiani, gli umani bisogni e le dinamiche di una famiglia del Kerala, stato dell’India sud-occidentale. L’India degli anni ’60-’90 si presenta quindi al lettore in tutte le sue contraddizioni: la meravigliosa potenza delle sue tradizioni (viene ad esempio descritto con maestria il kathakali, una forma indiana di danza-teatro) e, al tempo stesso, la terribile presenza, altrettanto legata alla tradizione, di un sistema di rigide caste.

Non aveva importanza che la storia fosse già iniziata, dal momento che il kathakali ha scoperto molto tempo fa che il segreto delle Grandi Storie è che esse non hanno segreti. Le Grandi Storie sono quelle che abbiamo già sentito e che vogliamo sentire di nuovo. Quelle in cui possiamo entrare da una parte qualunque e starci comodi. Non ci ingannano con trasalimenti e finali a sorpresa. Non ci sorprendono con l’imprevisto. Ci sono familiari come le case in cui abitiamo (…). Nelle Grandi Storie sappiamo chi sopravvive, chi muore, chi trova l’amore e chi no. E ciononostante vogliamo sentirle un’altra volta. In questo consiste il loro mistero e la loro magia. Per l’uomo del kathakali queste storie sono i suoi figli e la sua infanzia. Ci è cresciuto in mezzo.

  • Amore (malato). Il dio delle piccole cose è la storia di una famiglia, una famiglia in cui, però, i legami affettivi sono ambigui, hanno più facce: c’è l’amore che lega due fratelli gemelli, separati durante l’infanzia, c’è l’amore di una madre che paga la “colpa” di amare anche se stessa, divorziando da un marito alcolizzato, c’è una moglie che piange molte lacrime al funerale di un marito che la picchiava, c’è l’amore e la disperazione di un padre al quale viene sottratta la figlia, c’è amore passionale, ci sono pregiudizio, sospetto, cattiveria pura.

Mammachi pianse tanto, al funerale di Pappachi, che le lenti a contatto le uscirono di posto. Ammu disse ai gemelli che Mammachi piangeva perché ormai era abituata a suo marito, e non perché lo amasse davvero. Si era abituata a vederlo gironzolare attorno alla fabbrica di conserve, e si era abituata a una razione di botte di tanto in tanto. Gli esseri umani sono creature abitudinarie, diceva Ammu, ed è sorprendente a cosa sono capaci di adattarsi.

  • Confusione/disordine. Si tratta infatti di un romanzo in cui la narrazione non è lineare, ma un susseguirsi di salti temporali tra il presente ed il passato, che fa perdere il lettore in un dedalo di avvenimenti. Per alcuni questo rappresenta il punto forte del libro, in quanto confonde, sì, le idee, ma col fine ultimo di dare un piacere vero al termine della lettura, ovvero quello di aver trovato e messo insieme tutti i pezzi di un complicato (ma inevitabile) puzzle; per altri questa tecnica narrativa distoglie troppo dalla trama, rendendo non solo difficoltoso, ma addirittura poco piacevole continuare a leggere.

Pioveva, quando Rahel tornò ad Ayemenem (…). La casa sembrava vuota. Porte e finestre serrate. La veranda anteriore nuda. Senza mobili. Ma la Plymouth azzurrocielo con gli alettoni cromati era ancora parcheggiata lì fuori e, dentro casa, Baby Kochamma era ancora viva (…).

C’era mancato poco che nascessero su una corriera, Estha e Rahel. L’auto con la quale Baba, il loro padre, stava portando Ammu, la loro madre, all’ospedale di Shillong si guastò sulla strada tortuosa fra le piantagioni di tè dell’Assam.

  • Storia. Arundhati Roy ha creato anche un altro personaggio, silenzioso, ma che tesse la trama di tutte le vite che popolano il romanzo. La Storia è presente in ogni pagina del libro ed è, al tempo stesso, la Storia del popolo indiano, la Storia dell’umanità tutta e la Storia di ogni singolo individuo. La Storia è una presenza ineluttabile, ma continuamente mutevole e invisibile all’occhio umano, è condizionata da minimi e apparentemente insignificanti gesti, così come dalle più grandi imprese. La Storia segue il suo corso, facendo vittime, incoronando vincitori e gettando nell’oblio i vinti. Almeno a posteriori, però, la Storia bisogna esaminarla, bisogna ricomporne i pezzi, così come è da ricomporre questo libro, che lascia indizi sparsi dalla prima all’ultima pagina.

Forse è vero che tutto può cambiare in un giorno. Che poche manciate di ore possono condizionare l’esito di vite intere. E quando lo fanno, quelle poche manciate di ore, come i resti tratti in salvo da una casa incendiata – l’orologio annerito, la foto strinata, il mobile bruciacchiato – vanno disseppellite dalle rovine ed esaminate. Conservate. Spiegate. Cose normali, piccoli fatti, sventrati e ricostruiti. Impregnati di significati nuovi. Tutto a un tratto diventano lo scheletro sbiancato di una storia.

Secoli compressi in un solo attimo evanescente. La storia sbagliò il passo, fu sorpresa con la guardia abbassata. Fu abbandonata come una vecchia pelle di serpente. I suoi segni, le sue cicatrici, le ferite risalenti ad antiche guerre e i giorni del camminare all’indietro, tutto si staccò e cadde. Al suo posto rimase un’aura, un luccichio palpabile che era facile da vedere come l’acqua in un fiume o il sole lassù nel cielo. Facile da avvertire come il calore in una giornata torrida, come lo strattone dato da un pesce a una lenza tesa. Così ovvio che nessuno lo notò.

  • Poesia.  Il dio delle piccole cose è un romanzo intriso di poesia, la penna di Arundhati Roy è lieve e allo stesso tempo tagliente come quella di un poeta. Il libro è ricco di descrizioni così vivide e di passi così musicali che i cinque sensi quasi si confondo, si mescolano nel leggere la storia.  È evidente però che anche questo è un aspetto che non tutti i lettori apprezzano, in quanto le lunghe pagine descrittive interrompono più e più volte il ritmo della narrazione.

Estha era sempre stato un bambino silenzioso, così nessuno fu in grado di stabilire con qualche precisione (l’anno, se non il mese o il giorno) quando esattamente avesse smesso di parlare. Smesso del tutto, cioè. Il fatto è che non c’era un «esattamente quando». Estha aveva chiuso bottega calando a poco a poco la saracinesca. Un acquietarsi quasi inavvertibile. Come se avesse semplicemente esaurito gli argomenti di conversazione e non gli restasse altro da dire. Il suo silenzio non era mai scomodo. Né invadente. Né rumoroso. Non era un silenzio d’accusa o di protesta, quanto piuttosto una specie di estivazione, un letargo, l’equivalente di quello che fanno i pesci polmonati, i dipnoi, per sopravvivere alla stagione secca; salvo che nel caso di Estha la stagione secca sembrava destinata a durare per sempre.
Col tempo Estha aveva acquisito la capacità di confondersi con qualsiasi sfondo – librerie, giardini, tende, vani delle porte, strade – di apparire inanimato e quasi invisibile a un occhio poco addestrato. Di solito gli estranei ci mettevano un po’ prima di notare la sua presenza, anche quando erano nella stanza assieme a lui. Ci mettevano ancor di più a notare che non parlava mai. Certi non lo notavano affatto. Estha occupava pochissimo spazio nel mondo (…). Una bolla silenziosa fluttuante su un mare di rumori.

  • C’è ancora una parola, infine, ed è forse la più importante: magia. Ma non intendiamo con questo termine il soprannaturale, lo straordinario, l’inspiegabile, intendiamo invece la magia delle Piccole Cose che riempiono la vita umana e che rendono dignitoso un uomo, miserabile una prozia, disperata una madre, immortale una bambina di nove anni (o meglio, il suo ricordo), un’unica anima ed un unico corpo due gemelli. La magia che rende ogni storia irripetibile, ma anche emblematica.

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Come molte altre volte, durante l’incontro, prima della discussione sul libro, abbiamo organizzato quello che noi chiamiamo un “pranzo condiviso”, ovvero ci sediamo intorno al tavolo e ci deliziamo con varie prelibatezze preparate da ciascuno di noi. Questo incontro è stato ancora più speciale del solito: grazie ai padroni di casa, Paola e Fabrizio, che ci hanno fatto trovare un luogo accogliente e una tavola imbandita e ricca di colore, grazie al cibo a tema, come il pollo al curry di Cristina o la salsa Chutney di mango di Pia, con tanto di etichetta “Conserve e Composte Paradiso”, ispirata al romanzo, frutto della fantasia e della bravura di Silvia e Pier.

Quindi, un grazie speciale a tutti coloro che hanno partecipato e reso speciale questo 34° incontro del Club del Libro e, in particolare, grazie ai “nuovi arrivati”, che si sono messi in gioco e aperti con semplicità, gentilezza e partecipazione.

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Qui, potete trovare un’interessante intervista a Arundhati Roy: http://www.repubblica.it/cultura/2016/08/21/news/arundhati_roy_perche_non_ho_paura_-146362261/

E qui la ricetta del Chutney di mango: http://www.unadonna.it/ricette/chutney-di-mango/121162/

Al prossimo incontro!

33. Superzelda. La vita disegnata di Zelda Fitzgerald – Tiziana Lo Porto e Daniele Marotta

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15 ottobre 2017

Per la prima volta, il Club del Libro ha affrontato la lettura di un romanzo grafico o, per usare la definizione inglese, un graphic novel. Il romanzo grafico o romanzo a fumetti fa parte del genere narrativo del fumetto, ma proprio come un romanzo, è autoconclusivo. La prima difficoltà durante la lettura di un graphic novel è quella di concentrarsi anche sui disegni e non solo sulle parole, come sono in genere abituati i lettori di romanzi. Una volta trovato, però, il giusto equilibrio, il piacere della lettura torna vivido.

Durante l’incontro, sono stati manifestati pareri discordanti: le critiche maggiori sono state mosse nei confronti dei disegni, che a molti non sono piaciuti, perché fin troppo “caricaturali e distorti”. Accesa poi è stata la discussione sui Fitzgerald, due personaggi che certamente non possono essere definiti simpatici o composti, ma che meritano di essere conosciuti più a fondo per poter essere un po’ più compresi nel loro essere straordinari (nel senso più stretto del termine, extra-ordinem, fuori dall’ordinario).

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Stefania non era purtroppo presente all’incontro, ma il suo contributo credo possa essere fondamentale, essendo lei una grande appassionata e conoscitrice dei Fitzgerald. Quindi, lascio a lei la parola:

Dare un giudizio su Superzelda significa per me camminare su un filo teso sull’abisso, come un funambolo. Un filo agganciato a due estremità che sono le uniche certezze, indiscutibili (quando tutto il resto è un salto nell’abisso di ciascun cuore umano): la prima certezza è che i Fitzgerald erano insopportabili; e la seconda è che hanno fatto la Storia della Letteratura.

Superzelda non è autosufficiente, per scelta: non punta sull’arte visiva – i suoi sono disegni leggeri, delicati scarabocchi. E per narrare la propria storia dà per scontate due cose: che si abbia già una certa familiarità con la vicenda-leggenda Fitzgerald e che, soprattutto, si conoscano e si amino i romanzi di Scott. Soltanto su queste basi e a queste condizioni, secondo me, questo graphic novel può raggiungere il suo scopo: è ad un pubblico specifico, gli amanti di Francis Scott Fitzgerald, che volontariamente sceglie di rivolgersi.

Per dire che cosa? Quale sarebbe, dunque, questo suo scopo?

Puntare i riflettori su Zelda, in un’epoca lontana da quella in cui è vissuta (epoca, quest’ultima, in cui non avrebbe avuto bisogno, per brillare, di nessun aiuto): il tempo della letteratura ha tramandato il valore di Scott, dei suoi libri (carta canta), ma si è spesso dimenticato di Zelda.

Delitto profondamente meschino –  visto che Fitzgerald, senza Zelda, non vale nulla. Non parlo dell’uomo, non mi permetterei: parlo dello scrittore.

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Francis Scott Fitzgerald è stato uno dei grandi scrittori del ‘900: a volte, rileggendo quell’ultima fatale pagina del Grande Gatsby, mi viene da pensare addirittura che sia stato IL più grande. È il simbolo di un’epoca intera, i Roaring Twenties, l’Età del jazz: “ne ha creato il costume” – per citare Fernanda Pivano – ed ha costruito una letteratura nuova, indipendente e autonoma, per la “nuova” America affamata di emancipazione dalla tradizione artistica europea.

《Gatsby credeva nella luce verde, al futuro orgastico che anno dopo anno indietreggia davanti a noi. Ci è sfuggito allora, ma non importa: domani correremo più forte, allungheremo ancora di più le braccia… E una bella mattina… Così remiamo, barche controcorrente, risospinti senza sosta nel passato.》

Il grande Gatsby, Francis Scott Fitzgerald

Non si può mettere in discussione il suo valore letterario: così come non può discutersi quello di Omero, di Dante, di Shakespeare. Persino Hemingway – non esattamente di temperamento affabile e propenso ai complimenti – scriverà le migliori pagine di Festa mobile proprio su di lui (e su Zelda):

Il suo talento era naturale come il disegno fatto dalla polvere sulle ali di una farfalla. Sulle prime lui non l’aveva capito più di quanto lo capiva la farfalla e quando veniva guastato o cancellato non se ne accorgeva. Più tardi si rese conto dei danni subiti dalle sue ali e di come erano fatte e imparò a pensare. Aveva ripreso a volare e io ho avuto la fortuna di conoscerlo proprio dopo un felice momento della sua attività di scrittore anche se non della sua vita.”

Ma dietro Scott c’era sempre, e ci sarà sempre lei: Zelda. C’è lei nei suoi personaggi femminili; è lei l’oggetto dell’amore dei personaggi maschili; è la fiamma di vita che alimenta la sua penna; e dietro e dentro la sua penna stessa, a leggere correggere consigliare ispirare. Ci sono i suoi modi di dire, il suo stile di vita, le sue lettere e i suoi diari, nelle parole di Scott: Scott “scrive” Zelda, continuamente.

Gli anni Venti, che la conobbero, le tributarono il giusto ruolo: erano i Fitzgerald gli eroi (maledetti), non Scott da solo. A noi, invece, giungono i meravigliosi romanzi, traghettati dalle navi del tempo, e solo un’eco lontana di Zelda Fitzgerald. E così non possiamo metterla a fuoco, offuscati dalla leggenda e confusi dai personaggi che potrebbero essere lei, ma fino a che punto sono davvero reali?

Superzelda ha il fine – dichiarato fin dal titolo, come una bandiera – di accendere i riflettori su Zelda: ma rinuncia a celebrare (rinuncia a tavole preziose) e non si confonde col tono lirico della prosa di Fitzgerald – tono imitato dalla maggior parte dei loro biografi e commentatori… – anzi, se ne allontana il più possibile, sfociando quasi nella “commedia” e nel divertimento: nulla potrebbe infatti essere più lontano dalla visione narrativa di Francis Scott Fitzgerald. 

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Ed è qui che sta il suo valore: allontana la prospettiva, così che guardiamo con nuovi occhi, meno influenzati dall’amore per i romanzi, e ci lasciamo trasportare dalla leggerezza del tono. Quella leggerezza che, molto spesso, è più efficace della commemorazione pomposa per andare a segno: mettere una pulce nell’orecchio, suggerire un’idea.

Certamente non può essere trattata come una vera e propria biografia – a questo proposito suggerirei La morte della farfalla di Pietro Citati, gli articoli di Fernanda Pivano e, perchè no, proprio Festa mobile di Hemingway. E secondo me non la si può nemmeno apprezzare a pieno, perché sarebbe un prodotto quasi del tutto inutile, senza essersi prima persi fra le pagine di Fitzgerald, come quelle di The Great Gatsby o di Tender is the Night.

Se non le si chiede più di ciò che vuole dare, è una lettura imperdibile.

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《 Fitzgerald sapeva che Zelda era più forte di lui, e talvolta lo considerava una donnicciola. Malgrado la bellezza dei propri romanzi, egli riconosceva persino che lei possedeva, nei momenti più alti, “una fiamma più intensa di quanto io abbia mai avuta”: la forza che prorompeva dalla follia. Così Zelda cercava o dava la caccia a un uomo più forte di lui, al quale appoggiarsi. Non lo trovò mai. Ma era vero anche il contrario: sebbene fosse così imperiosa, ostinata e inflessibile, Zelda fu soltanto la “bambina” di Fitzgerald. La regina delle farfalle aveva bisogno della protezione del marito, perché solo lui le rendeva il mondo visibile e palpabile.
Forse non esistevano né forti né deboli,  né bambini né adulti. Zelda e Fitzgerald erano troppo vicini: vicini come furono raramente esseri umani; e l’eccesso della vicinanza fra gli dèi e gli uomini, come fra gli uomini e le donne, brucia i cuori e le vite. Sia come persone sia come scrittori, erano complici. Fitzgerald copiava le lettere e i diari di Zelda, inserendoli di nascosto in “Di qua dal paradiso”, in “Belli e dannati”, e “Tenera è la notte”: le sottoponeva, pagina dopo pagina, i suoi racconti e romanzi; e quando non riusciva a vedere i personaggi del “Grande Gatsby”, la moglie li disegnava e disegnava fino a farsi dolere le dita, cercando di catturare le immagini che fuggivano la penna del marito. Erano la stessa persona, con due cuori e due teste; e questi cuori e queste teste si volgevano appassionatamente l’una verso l’altro, l’una contro l’altro, fino ad ardere in un unico rogo. 》

La morte della farfalla, Pietro Citati

Alla luce delle considerazioni di Stefania, possiamo concludere che il lavoro di Tiziana Lo Porto e Daniele Marotta va osservato anche attraverso il filtro di ciò che è stato scritto dagli stessi Scott e Zelda Fitzgerald. In ogni caso, può essere un ottimo spunto per iniziare a fare la conoscenza di questa folle coppia che ha animato gli anni Venti.

A conclusione dell’incontro del CdL, inoltre, abbiamo guardato il primo episodio della serie tv Z: The Beginning of Everything, sviluppata da Amazon Prime Video:

 

Pur da totali inesperti di romanzi grafici e sebbene siano state riscontrate alcune difficoltà nella lettura di questo genere letterario, siamo comunque incuriositi ed è per questo che il nuovo filone di letture inaugurato con Superzelda verrà portato avanti, alla scoperta di un mondo per noi nuovo. Questo, in fondo, è uno degli scopi del Club del Libro: essere curiosi, scoprire, imparare.

E voi? Avete letto Superzelda? Siete appassionati di graphic novel e avete dei titoli da consigliarci? Lasciateci qui sotto i vostri commenti!

Elisa