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47. L’imprevedibile viaggio di Harold Fry – Rachel Joyce

Harold Fry

7 aprile 2019

Mini-recensione di un romanzo dal grande cuore.

Harold è un uomo normale, di quelli che passano e non noti neppure, incatenato in silenzi e cose non dette che hanno letteralmente distrutto il suo matrimonio, appiattito nel grigiume della quotidiana indifferenza.

Harold vive così, facendosi poche domande (per non soffrire e non scoperchiare il mare di dolore che si porta dentro) e restando perlopiù in pantofole a guardare la vita da dietro le spesse tendine di casa sua.

“Era sempre stato troppo inglese; e con questo intendeva che era un uomo mediocre. Mancava di colore.”

Un giorno, Harold riceve una lettera. Una lettera che lo condurrà in un lungo viaggio attraverso l’Inghilterra: un percorso che gli farà avere finalmente un obiettivo e che lo costringerà a vivere il mondo dal suo interno, a prenderne parte, diventando un eroe inconsapevole che, nonostante tutto, continuerà a camminare. Un Forrest Gump di una certa età, diciamo.

Harold Fry (2)

“L’imprevedibile viaggio di Harold Fry” è un romanzo che insegna ad aprirsi al mondo e agli abitanti che ne fanno parte, che sfida i nostri limiti e ci insegna la fiducia negli altri.

“Non era più sicuro di dove finisse lui e cominciasse ufficialmente il mondo intero”

Un romanzo sul valore della solitudine, ma anche sul superamento del terrore che si può provare per essa. Perché, nel nostro lungo percorso, ci sarà sempre qualcuno con cui condividere almeno un pezzetto di strada, chi per un tè caldo, chi per un ballo, chi per raccontarci un pezzetto della propria vita, chi per una chiacchierata senza pretese e chi per curarci le ferite. Ci sarà però, anche chi proverà a deviare il nostro viaggio, creando dissapori con la propria smania di protagonismo, facendoci sentire la necessità e il sollievo della solitudine, per non perdere il senso del nostro camminare.

“La gente comprava il latte, faceva il pieno di benzina, o spediva lettere. Ma ciò che tutti ignoravano era il terribile peso della cosa che si portavano dentro. Lo sforzo sovrumano che a volte ci voleva per essere normali, e tutte quelle cose apparentemente semplici e quotidiane. La solitudine di tutto questo.”

Un romanzo per chi ha il terrore di mettersi in viaggio, solo, con le proprie paure. Per chi non è più in contatto con i propri pensieri.

Se lo spirito con cui ho iniziato questo romanzo era quello della diffidenza verso la classica storia di viaggio, ciò che poi mi sono ritrovata a fare è stato di leggere pagina dopo pagina, in un fiume di emozioni, caldissime e poi freddissime, saltando le parole per vedere cosa sarebbe accaduto dopo, per poi tornare indietro e rileggere tutte quelle frasi che hanno toccato le mie corde più sensibili, o quelle più scoperte.

Voglio perdonare l’autrice Rachel Joyce per quei rari passaggi che mi hanno spinta ad allontanarmi leggermente perché sollevavano il velo della narrazione facendo emergere quella sensazione di lieve finzione del “nella realtà non sarebbe andata così”.

E questo perché, in fondo in fondo, non lo so neppure io se le cose potrebbero andare o no in quel modo, se la realtà poi non si riduce semplicemente ad un donare fiducia al mondo e ricevere liberamente in cambio tutto il bene, la bellezza e l’unicità che le persone si portano dentro.

Un viaggio che ha tutta l’aria di manifestarsi come metafora della vita stessa, con i suoi sentieri confusi e le sue deviazioni improvvise e frustranti, ma che ci farà cogliere finalmente la bellezza della difficoltà e la gioia della condivisione. Siete pronti ad accogliere l’esistenza e a lanciarvi in questa lettura piena di meravigliosi e vividi colori?

Grazie a Silvia, di Porto Intergalattico (clicca sul link per scoprire tanta Bellezza!)

E voi cosa ne pensate?

Al prossimo incontro!

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Ma a te i racconti piacciono?

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Dal basso verso l’alto: I racconti del treno, D. Billitteri / Il bar sotto il mare, S. Benni / L’inventore di sogni, I. McEwan / Il meglio dei racconti, D. Buzzati / Gli amori difficili, I. Calvino

Spesso nel Club si è discusso se siano meglio i romanzi, soprattutto quelli molto lunghi e corposi, o i racconti.  La preferenza è andata sempre per i primi rispecchiando quelli che sono i gusti di tanti lettori italiani. Insomma, in Italia il racconto non piace molto e non vende. Ma perché?

Mentre stavo riflettendo su questa domanda prima di incominciare a redigere l’articolo, mi sono imbattuta, con stupore, in un racconto di D.F. Wallace dal titolo È tutto verde, nella raccolta di racconti La ragazza con i capelli strani, di ben sole due pagine.

E in due sole pagine, con abilità di sintesi e rapidità (la “rapidità” che ci richiama alla seconda lezione americana di Calvino), riusciamo ad entrare nel mondo di Mitch e Mayfly e della loro crisi di coppia, che forse crisi non è, ma il protagonista la percepisce come tale e ce ne parla.

E le ho qui le due pagine. Qui mentre scrivo. Le ho fotocopiate. E le leggo e le rileggo per carpirne il segreto. Perché un racconto necessita di una tecnica di scrittura che sappia raccontare tanto e bene in poche righe. Vetta eccelsa della sintesi dove il racconto breve gareggia solo con la poesia.

Il racconto, è bene sapere, mette a dura prova la bravura del vero scrittore. Diceva W. Faulkner: «Ogni romanziere, all’inizio, vuole scrivere poesie e, non riuscendoci, prova con i racconti, che sono la forma letteraria più difficile dopo la poesia. Poi, fallendo anche con quelli, l’unica cosa che gli resta da fare è mettersi a scrivere un romanzo». E capiamo che non è cosa facile, anche se con ironia.

Forse il racconto non piace perché raramente è descrittivo, lascia a noi l’immaginazione e lo sforzo di capire e vedere la storia narrata. Dice Calvino a proposito di un racconto su Carlomagno ormai anziano: « […] ma io trovo molto più forte la suggestione dello scarno riassunto, dove tutto è lasciato all’immaginazione e la rapidità della successione dei fatti dà un senso d’ineluttabile […]».

O, invece, a noi italiani non piace la storia breve perché siamo noi stessi prolissi, enfatici, oserei dire, cinematografici nel pensiero e teatrali nelle discussioni. Il romanzo viene quindi a compensare questo nostro desiderio di pieno, di colmo, di straripante. Ma questa è solo una mia ipotesi che non fa testo.

E mi rifugio di nuovo in Calvino: «La concisione è solo un aspetto del tema che volevo trattare, e mi limiterò a dirvi che sogno immense cosmologie, saghe ed epopee racchiuse nelle dimensioni d’un epigramma. Nei tempi sempre più congestionati che ci attendono, il bisogno di letteratura dovrà puntare sulla massima concentrazione della poesia e del pensiero».

Ma allora questa forma letteraria ci piace o no? Ho voluto sentire, come ormai consuetudine,

gli amici del Club che sono sempre scrigni preziosi di idee e intuizioni.

Ecco cosa dicono.

Rossella V. :«Mi piacciono abbastanza! Anche se in genere preferisco la complessità dei romanzi. Una raccolta di racconti che mi viene subito in mente di aver letto è “Gente di Dublino” di James Joyce. Ce ne sono due che mi sono piaciuti tantissimo (per la cronaca, “Arabia” e quello dell’uomo solitario)».

Simona B. :«Io non sono una amante di questo tipo di lettura, anche se i racconti della Munro mi hanno aiutato a rivalutarli».

Fulvia G. :«Non amo i racconti. Non mi danno il tempo di “affezionarmi” alla lettura».

Cristina P. :«Io invece li amo moltissimo come genere ma devono essere ben scritti».

Alessandra O.B. :«I racconti di Emmanuel Schmitt, ad esempio! Adoro i racconti e le novelle! Folgorazioni impressionistiche!».

Elisa B. :«Ho un rapporto di amore-odio nei confronti dei racconti, mi spiego: sin da piccola ho sviluppato una forte passione per i lunghi e prolissi romanzi, ma alle superiori, conoscendo per la prima volta Buzzati, ho scoperto il potere evocativo dei “veri” racconti, quelli scritti da scrittori di un certo calibro. Ecco, direi che mentre un romanzo talvolta può appassionarmi e coinvolgermi nonostante qualche pecca dal punto di vista stilistico o narrativo, da un racconto io “esigo” sempre che sia “perfetto”. E allora sì, in questo caso mi piacciono i racconti».

Stefania T. :«Io li amo sopra ogni cosa: il racconto è il tipo di narrativa che preferisco in assoluto. Il mio pensiero è un po’ ingarbugliato e traballante, spero di riuscire ad esprimerlo bene: in genere avverto nei romanzi il tentativo di raccontare una storia nella sua compiutezza, di dare quindi una visione compiuta e finita della vita, di una vita (come un cerchio che si chiude). Mentre nel racconto di solito trovo la descrizione di un frammento, di un momento, come una fotografia. Il romanzo mi sembra spesso proiettato a spiegare, mentre il racconto a fermare su carta, con le parole, un istante. Naturalmente il discorso non vale per tutti i romanzi e per tutti i racconti: ci sono moltissimi romanzi moderni o sperimentali, e moltissimi racconti che raccontano storie dal principio alla fine. “La signora Dalloway” è considerato un romanzo, ad esempio, eppure risponde perfettamente alla mia personale idea di letteratura. E ci sono tanti scrittori di racconti che scelgono di tentare di raccontare “tutto” ogni volta. Ma queste sono secondo me zone periferiche rispetto alla norma. Per queste ragioni, e quindi perché non credo che l’uomo possa essere un narratore che gestisce le redini di qualcosa e che tutto comprende (quando si cimenta in questo ruolo secondo me la letteratura, anche se bellissima, è sempre artificio), preferisco il racconto. Quando è frammento di vita. Per fare degli esempi concreti: Anna Karenina (che ho amato moltissimo) come romanzo, Carver come scrittore di racconti».

Marcello P. :«Mi piacciono, ho letto ed ho tutti i racconti e novelle di Maupassant; sono immediati, con tre pagine ti scorrono vite incredibili e indicibili; naturalmente scritti in modo impeccabile».

Silvia O. :«In passato ho sempre sottovalutato i racconti, li utilizzavo perlopiù per approfondire gli autori perché, di per sé, sentivo come se non mi permettessero di entrare nel cuore di ciò che stavo leggendo, di non creare un tutt’uno tra me e la lettura. Nei tempi più recenti li sto rivalutando parecchio e anzi, spesso li trovo più brillanti e profondi: in poco tempo e in poche pagine mi fanno assaporare tutta l’essenza di un autore!».

Stefania L.R. :«Ho amato i racconti, soprattutto durante l’adolescenza, e adesso mi piacciono perché mi consentono di leggere anche quando ho meno tempo da dedicare alla lettura».

Catia B. :«Come Fulvia e Simona, anche io non sono un’amante dei racconti. Anche se ho adorato le Novelle di Maupassant. Uno dei miei romanzi preferiti, e per me uno dei più belli in assoluto, è La fiera delle vanità di William Thackeray che con le sue 885 pagine è proprio l’opposto del racconto. Però col fatto che spesso si ha poco tempo per leggere un bel racconto spaventa di meno e può essere egualmente arricchente».

Riccardo S. :«Allora, non è che sia io un gran lettore, ho iniziato da molto poco e non faccio poca fatica, specialmente per i libri lunghi. Sono molto attirato dai racconti, ne ho letti anche alcuni e devo dire che, per quello che mi riguarda, la lunghezza del racconto è il suo punto forte; l’essere conciso da poter essere letto tutto d’un fiato è un qualcosa che a me piace tanto. Appena avrò tempo leggerò i racconti di Hemingway (magari sotto l’ombrellone) ma per fare un esempio di racconti che mi sono piaciuti fin dalle superiori devo citare Pirandello, con le novelle».

Insomma che dire? È stata una discussione arricchente con tanti apporti e motivi di riflessione. Certo che, per le nostre spesso concitate discussioni, i racconti le frazionerebbero e ci sarebbe un po’ di dispersione nella condivisione.

E io? Li amo. E, rubando il pensiero a Calvino, «vorrei qui spezzare una lancia in favore della ricchezza delle forme brevi, con ciò che esse presuppongono come stile e come densità di contenuti».

Pia Deidda

36. Quel che resta del giorno – Kazuo Ishiguro

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28 gennaio 2018

Per omaggiare Kazuo Ishiguro, in seguito alla vittoria del Premio Nobel 2017, il CdL ha deciso di leggere uno dei suoi romanzi più famosi, The remains of the day. L’Accademia ha motivato la sua scelta parlando di romanzi “dalla grande forza emotiva” in cui l’autore “ha svelato l’abisso del nostro illusorio senso di connessione con il mondo”.

“Kazuo Ishiguro, in novels of great emotional force, has uncovered the abyss beneath our illusory sense of connection with the world”.

Quel che resta del giorno è la storia di un viaggio, un viaggio che corre parallelo sulle strade della campagna inglese e nei ricordi di un uomo ormai non più giovane e quasi al termine della sua carriera. Mr Stevens è un maggiordomo irreprensibile, che ha trascorso la sua vita ponendosi un unico obiettivo: la perfezione. Ma dopo aver servito per anni Lord Darlington, si trova alle dipendenze di Mr Farraday, un ricco americano e nuovo proprietario di Darlington Hall: è in realtà ormai alla fine l’epoca delle nobili famiglie e delle grandi magioni pullulanti di silenziosi ed indaffarati maggiordomi, governanti, cuochi e servitori di ogni grado. Mr Stevens, però, sembra non voler riconoscere del tutto la nuova situazione e, anzi, coglie l’opportunità offertagli da Mr Farraday di prendersi per la prima volta nella sua vita una vacanza, ma lo fa con l’intento di andare a trovare una vecchia collega, che ormai da tempo non lavora più a Darlington Hall, per proporle di tornare ad esserne la governante.

Ed è così che, all’inizio dell’agosto 1956, Mr Stevens parte, a bordo della Ford del suo padrone, diretto verso la Cornovaglia e nasce, in questo modo, per lui l’occasione di ripercorrere con la mente alcuni episodi importanti della sua vita e di tirare le fila della sua carriera.

“(…) mentre guidavo in pieno sole in direzione del Berkshire, continuavo a sorprendermi di quanto la campagna circostante mi fosse familiare. Ma ecco che alla fine anche i dintorni si fecero irriconoscibili, cosicché mi resi conto di essere andato al di là di ogni confine precedentemente raggiunto. Ho sentito alcuni descrivere il momento in cui, dopo aver spiegato le vele su una barca, alla fine si perde di vista la terraferma, e immagino che la sensazione di disagio mista ad eccitazione che talvolta viene descritta in rapporto a quel momento debba essere qualcosa di molto simile a ciò che provavo in quella Ford man mano che il paesaggio intorno a me si faceva più estraneo.”

Con una scrittura elegante, precisa, senza sbavature e perfettamente misurata, come il suo protagonista, Ishiguro porta in questo modo il lettore quasi ad immaginarsi a bordo della Ford, sul sedile del passeggero, in ascolto del lungo monologo di Mr Stevens. Egli racconta la sua crescita come maggiordomo, ponendo l’accento su quella che lui ritiene essere la qualità più importante nel suo lavoro, ovvero la dignità. Osserviamo così, andando a ritroso nel passato, un uomo che ha dedicato tutta la sua vita a servire Lord Darlington, senza mai metterne in discussione le decisioni, nemmeno quelle più moralmente discutibili, in vista di un bene maggiore per l’Inghilterra.

Mr Stevens viene rappresentato come un uomo “senza emozioni”, rigido e freddo, non un uomo cattivo, ma quasi inumano. Il suo viso, i suoi gesti, le sue parole: tutto è misurato, soppesato, ordinato, nulla è lasciato al sentimento, all’umano istinto. Si commuove e piange poche lacrime alla morte del padre (anche lui maggiordomo per tutta la vita), ma lo fa continuando imperterrito nel suo lavoro, servendo illustri uomini politici e rimanendo incapace di comunicare con suo padre, persino quando quest’ultimo fa un tentativo di riavvicinamento.

C’è una persona, però, che sembra far vacillare l’imperturbabile Mr Stevens: la governante, Miss Kenton, una donna sicura di sé e delle sue capacità, una donna che trova qualcosa nel profondo di Mr Stevens e spera di poterlo tirare fuori. Per tutto il romanzo, i lettori inguaribili romantici come me hanno sperato e intravisto nel loro rapporto, fatto di dispetti e battibecchi e poi di parole gentili, ma distaccate, un amore in attesa di divampare. I più cinici, invece, erano convinti della totale incapacità del maggiordomo di provare sentimenti di qualsivoglia genere. Chi, alla fine, ha avuto ragione, non posso svelarlo per non rovinare il piacere della lettura a chi ancora non l’abbia intrapresa.

Una cosa però è certa: alla fine del suo viaggio, Mr Stevens non sembra provare rimpianti per il modo solitario e rigido con cui ha condotto la propria vita. Cieco di fronte alla bellezza delle variegate sensazioni umane e arido lavoratore incapace di altro oppure uomo soddisfatto per aver raggiunto il suo obiettivo e, anzi, in grado di trovare sempre nuove possibilità di miglioramento? Chi siamo noi per giudicare la vita di un altro? Ognuno fa i conti con le proprie scelte, ognuno attribuisce alle cose della vita diverse priorità.

Quel che resta del giorno

Mr Stevens non è esattamente un personaggio a cui affezionarsi, ma suscita nel lettore molti e diversi sentimenti (forse proprio quelli che lui invece non è in grado di provare): rabbia per la sua cecità, insofferenza per il suo continuo contegno, un po’ di invidia per la sua capacità di dedicarsi completamente al raggiungimento della sua meta, pietà per la sua solitudine, simpatia per il suo essere impacciato al di fuori del suo lavoro. Quel che è certo, però, è che al termine del suo viaggio, Mr Stevens ha ben chiaro il suo futuro, mentre noi lettori ci ritroviamo a fare i conti con il nostro di passato. Non siamo riusciti a dare una risposta univoca alla domanda se Mr Stevens davvero non abbia rimpianti o rimorsi, di certo però non sembra volersi abbandonare ad essi. C’è qualcosa di ben più importante a cui dedicarsi durante il viaggio di ritorno: Mr Stevens vuole imparare a fare battute di spirito, che sembrano piacere molto al suo nuovo datore di lavoro americano, Mr Farraday, per il quale lui vuole diventare il miglior maggiordomo possibile.

“Mi vien fatto di pensare inoltre, che non sia affatto irragionevole da parte di un datore di lavoro aspettarsi lo scambio di battute spiritose come una incombenza che un vero professionista sia in grado di attuare. naturalmente io ho già dedicato molto tempo a potenziare la mia capacità di pronunciare delle battute spiritose, ma è altresì possibile che io non abbia mai in precedenza affrontato il compito con l’impegno che avrei dovuto dedicargli. È possibile allora che al mio rientro, domani, a Darlington Hall – Mr Farraday non tornerà prima di un’altra settimana – comincerò ad esercitarmi con rinnovato impegno. E di conseguenza con la fiducia che quando il mio padrone tornerà a casa, sarò in grado di fargli una piacevole sorpresa.”

Al termine dell’incontro del Club del Libro, con una tazza di english tea e latte tra le mani, siamo stati costretti ad ammettere di non essere riusciti a decifrare fino in fondo questo personaggio tratteggiato magistralmente dalla penna di Ishiguro.

 

Dal romanzo, è stato tratto un film, recitato da Anthony Hopkins nei panni di Mr Stevens:

 

Al prossimo incontro!

34. Il dio delle piccole cose – Arundhati Roy

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12 novembre 2017

«Rahel», disse Ammu. «Ti rendi conto di quel che hai detto?»

Due occhi spaventati e una fontana si girarono verso Ammu.

«Va tutto bene. Non aver paura», disse Ammu. «Rispondimi e basta. Ti rendi conto?»

«Di cosa?» disse Rahel con la più sottile delle sue voci.

«Di quello che hai detto», disse Ammu.

Due occhi spaventati e una fontanella si girarono verso Ammu.

«Lo sai cosa succede quando ferisci le persone?» disse Ammu. «Quando le ferisci, cominciano a volerti meno bene. Ecco cosa fanno le parole sbadate. Fanno sì che gli altri ti vogliano un po’ meno bene».

Una fredda farfalla notturna con ciuffi dorsali inusitatamente fitti atterrò leggera sul cuore di Rahel. Dove le sue zampette ghiacciate la toccarono le venne la pelle d’oca. Sei pellodoche sul suo cuore sbadato.

La sua Ammu le voleva un po’ meno bene.

Le parole bisogna sceglierle con cura, le parole sono armi potentissime e bisogna saperle maneggiare. Ed è per questo che, per raccontarvi Il dio delle piccole cose, mi affiderò alle parole, in particolare a quelle che più spesso abbiamo pronunciato durante l’incontro del Club del Libro:

  • India. Arundhati Roy non scrive per compiacere il lettore occidentale, non racconta l’India che visitano i turisti ingenui, ma descrive senza il filtro del pudore la realtà, i gesti quotidiani, gli umani bisogni e le dinamiche di una famiglia del Kerala, stato dell’India sud-occidentale. L’India degli anni ’60-’90 si presenta quindi al lettore in tutte le sue contraddizioni: la meravigliosa potenza delle sue tradizioni (viene ad esempio descritto con maestria il kathakali, una forma indiana di danza-teatro) e, al tempo stesso, la terribile presenza, altrettanto legata alla tradizione, di un sistema di rigide caste.

Non aveva importanza che la storia fosse già iniziata, dal momento che il kathakali ha scoperto molto tempo fa che il segreto delle Grandi Storie è che esse non hanno segreti. Le Grandi Storie sono quelle che abbiamo già sentito e che vogliamo sentire di nuovo. Quelle in cui possiamo entrare da una parte qualunque e starci comodi. Non ci ingannano con trasalimenti e finali a sorpresa. Non ci sorprendono con l’imprevisto. Ci sono familiari come le case in cui abitiamo (…). Nelle Grandi Storie sappiamo chi sopravvive, chi muore, chi trova l’amore e chi no. E ciononostante vogliamo sentirle un’altra volta. In questo consiste il loro mistero e la loro magia. Per l’uomo del kathakali queste storie sono i suoi figli e la sua infanzia. Ci è cresciuto in mezzo.

  • Amore (malato). Il dio delle piccole cose è la storia di una famiglia, una famiglia in cui, però, i legami affettivi sono ambigui, hanno più facce: c’è l’amore che lega due fratelli gemelli, separati durante l’infanzia, c’è l’amore di una madre che paga la “colpa” di amare anche se stessa, divorziando da un marito alcolizzato, c’è una moglie che piange molte lacrime al funerale di un marito che la picchiava, c’è l’amore e la disperazione di un padre al quale viene sottratta la figlia, c’è amore passionale, ci sono pregiudizio, sospetto, cattiveria pura.

Mammachi pianse tanto, al funerale di Pappachi, che le lenti a contatto le uscirono di posto. Ammu disse ai gemelli che Mammachi piangeva perché ormai era abituata a suo marito, e non perché lo amasse davvero. Si era abituata a vederlo gironzolare attorno alla fabbrica di conserve, e si era abituata a una razione di botte di tanto in tanto. Gli esseri umani sono creature abitudinarie, diceva Ammu, ed è sorprendente a cosa sono capaci di adattarsi.

  • Confusione/disordine. Si tratta infatti di un romanzo in cui la narrazione non è lineare, ma un susseguirsi di salti temporali tra il presente ed il passato, che fa perdere il lettore in un dedalo di avvenimenti. Per alcuni questo rappresenta il punto forte del libro, in quanto confonde, sì, le idee, ma col fine ultimo di dare un piacere vero al termine della lettura, ovvero quello di aver trovato e messo insieme tutti i pezzi di un complicato (ma inevitabile) puzzle; per altri questa tecnica narrativa distoglie troppo dalla trama, rendendo non solo difficoltoso, ma addirittura poco piacevole continuare a leggere.

Pioveva, quando Rahel tornò ad Ayemenem (…). La casa sembrava vuota. Porte e finestre serrate. La veranda anteriore nuda. Senza mobili. Ma la Plymouth azzurrocielo con gli alettoni cromati era ancora parcheggiata lì fuori e, dentro casa, Baby Kochamma era ancora viva (…).

C’era mancato poco che nascessero su una corriera, Estha e Rahel. L’auto con la quale Baba, il loro padre, stava portando Ammu, la loro madre, all’ospedale di Shillong si guastò sulla strada tortuosa fra le piantagioni di tè dell’Assam.

  • Storia. Arundhati Roy ha creato anche un altro personaggio, silenzioso, ma che tesse la trama di tutte le vite che popolano il romanzo. La Storia è presente in ogni pagina del libro ed è, al tempo stesso, la Storia del popolo indiano, la Storia dell’umanità tutta e la Storia di ogni singolo individuo. La Storia è una presenza ineluttabile, ma continuamente mutevole e invisibile all’occhio umano, è condizionata da minimi e apparentemente insignificanti gesti, così come dalle più grandi imprese. La Storia segue il suo corso, facendo vittime, incoronando vincitori e gettando nell’oblio i vinti. Almeno a posteriori, però, la Storia bisogna esaminarla, bisogna ricomporne i pezzi, così come è da ricomporre questo libro, che lascia indizi sparsi dalla prima all’ultima pagina.

Forse è vero che tutto può cambiare in un giorno. Che poche manciate di ore possono condizionare l’esito di vite intere. E quando lo fanno, quelle poche manciate di ore, come i resti tratti in salvo da una casa incendiata – l’orologio annerito, la foto strinata, il mobile bruciacchiato – vanno disseppellite dalle rovine ed esaminate. Conservate. Spiegate. Cose normali, piccoli fatti, sventrati e ricostruiti. Impregnati di significati nuovi. Tutto a un tratto diventano lo scheletro sbiancato di una storia.

Secoli compressi in un solo attimo evanescente. La storia sbagliò il passo, fu sorpresa con la guardia abbassata. Fu abbandonata come una vecchia pelle di serpente. I suoi segni, le sue cicatrici, le ferite risalenti ad antiche guerre e i giorni del camminare all’indietro, tutto si staccò e cadde. Al suo posto rimase un’aura, un luccichio palpabile che era facile da vedere come l’acqua in un fiume o il sole lassù nel cielo. Facile da avvertire come il calore in una giornata torrida, come lo strattone dato da un pesce a una lenza tesa. Così ovvio che nessuno lo notò.

  • Poesia.  Il dio delle piccole cose è un romanzo intriso di poesia, la penna di Arundhati Roy è lieve e allo stesso tempo tagliente come quella di un poeta. Il libro è ricco di descrizioni così vivide e di passi così musicali che i cinque sensi quasi si confondo, si mescolano nel leggere la storia.  È evidente però che anche questo è un aspetto che non tutti i lettori apprezzano, in quanto le lunghe pagine descrittive interrompono più e più volte il ritmo della narrazione.

Estha era sempre stato un bambino silenzioso, così nessuno fu in grado di stabilire con qualche precisione (l’anno, se non il mese o il giorno) quando esattamente avesse smesso di parlare. Smesso del tutto, cioè. Il fatto è che non c’era un «esattamente quando». Estha aveva chiuso bottega calando a poco a poco la saracinesca. Un acquietarsi quasi inavvertibile. Come se avesse semplicemente esaurito gli argomenti di conversazione e non gli restasse altro da dire. Il suo silenzio non era mai scomodo. Né invadente. Né rumoroso. Non era un silenzio d’accusa o di protesta, quanto piuttosto una specie di estivazione, un letargo, l’equivalente di quello che fanno i pesci polmonati, i dipnoi, per sopravvivere alla stagione secca; salvo che nel caso di Estha la stagione secca sembrava destinata a durare per sempre.
Col tempo Estha aveva acquisito la capacità di confondersi con qualsiasi sfondo – librerie, giardini, tende, vani delle porte, strade – di apparire inanimato e quasi invisibile a un occhio poco addestrato. Di solito gli estranei ci mettevano un po’ prima di notare la sua presenza, anche quando erano nella stanza assieme a lui. Ci mettevano ancor di più a notare che non parlava mai. Certi non lo notavano affatto. Estha occupava pochissimo spazio nel mondo (…). Una bolla silenziosa fluttuante su un mare di rumori.

  • C’è ancora una parola, infine, ed è forse la più importante: magia. Ma non intendiamo con questo termine il soprannaturale, lo straordinario, l’inspiegabile, intendiamo invece la magia delle Piccole Cose che riempiono la vita umana e che rendono dignitoso un uomo, miserabile una prozia, disperata una madre, immortale una bambina di nove anni (o meglio, il suo ricordo), un’unica anima ed un unico corpo due gemelli. La magia che rende ogni storia irripetibile, ma anche emblematica.

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Come molte altre volte, durante l’incontro, prima della discussione sul libro, abbiamo organizzato quello che noi chiamiamo un “pranzo condiviso”, ovvero ci sediamo intorno al tavolo e ci deliziamo con varie prelibatezze preparate da ciascuno di noi. Questo incontro è stato ancora più speciale del solito: grazie ai padroni di casa, Paola e Fabrizio, che ci hanno fatto trovare un luogo accogliente e una tavola imbandita e ricca di colore, grazie al cibo a tema, come il pollo al curry di Cristina o la salsa Chutney di mango di Pia, con tanto di etichetta “Conserve e Composte Paradiso”, ispirata al romanzo, frutto della fantasia e della bravura di Silvia e Pier.

Quindi, un grazie speciale a tutti coloro che hanno partecipato e reso speciale questo 34° incontro del Club del Libro e, in particolare, grazie ai “nuovi arrivati”, che si sono messi in gioco e aperti con semplicità, gentilezza e partecipazione.

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Qui, potete trovare un’interessante intervista a Arundhati Roy: http://www.repubblica.it/cultura/2016/08/21/news/arundhati_roy_perche_non_ho_paura_-146362261/

E qui la ricetta del Chutney di mango: http://www.unadonna.it/ricette/chutney-di-mango/121162/

Al prossimo incontro!

Brunch con Petunia Ollister

FESTA D’AUTUNNO A BINARIA

28 ottobre 2017

In occasione della Festa d’autunno organizzata presso Binaria, il centro commensale del Gruppo Abele, si è tenuta la presentazione di Colazioni d’autore. Book breakfast, con una piacevole chiacchierata con l’autrice Petunia Ollister. Colazioni d’autore è un libro illustrato, con consigli letterari e una sorta di compendio di ricette per riprodurre ricche colazioni.

Ma chi è Petunia Ollister? Innanzitutto, si tratta di un nome di fantasia, ma un nome che, possiamo dire, ormai ha preso “vita propria”. Così infatti Stefania Soma ci parla del suo alter ego, come di un individuo che cammina con le sue gambe, che ha le proprie idee (ben chiare!) e che ha fagocitato, in un certo senso, la sua vita.

Petunia Ollister è uno pseudonimo, un nome d’arte, frutto della fantasia e nato perché Stefania, quando iniziò a frequentare i social network, non si sentiva a suo agio ad utilizzare il suo vero nome. Sebbene con un’iniziale diffidenza, alla fine il mondo di Internet ha conquistato Stefania, e Petunia Ollister è diventata, in breve tempo, una vera e propria influencer. Il suo profilo Instagram attualmente vanta più di ventimila followers.  Laureata in Lettere, dopo aver lavorato per cinque anni nel settore dei beni archivistici e librari e lavorando attualmente all’interno di un gruppo editoriale, Stefania/Petunia sta dunque portando avanti un’idea che lei definisce “involontaria”, dal momento che è nato tutto quasi per gioco.

Ma che cosa racconta Petunia con le sue foto per avere così tanti seguaci?

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Petunia mostra al suo pubblico i libri che le sono piaciuti e lo fa fotografandoli dall’alto su di una tavola imbandita per la colazione e citandone una frase che l’abbia particolarmente colpita. Due, per lei, sono le “armi vincenti” di questo format: l’estetica della foto (scale cromatiche, precisa disposizione degli elementi, fantasia) e l’assenza di una recensione del libro, sostituita semplicemente, appunto, da una citazione significativa.

Quello che Petunia cerca è l’immediatezza, vuole colpire dritto al segno ed invogliare alla lettura i lettori di tutti i tipi, sia i cosiddetti lettori “forti” sia i lettori “deboli”. Questo perché il libro, secondo Petunia, è POP e non dovrebbe essere più trattato come un oggetto sacro! Per promuovere la lettura non bisogna creare soggezione nei lettori, attraverso pubblicità fredde e antiquate o apatiche recensioni. Dunque, il libro di per sé appartiene a tutti, è popolare, mentre spesso la comunicazione riguardante i libri non lo è. Petunia dunque ha deciso di inserire fisicamente l’oggetto libro, e metaforicamente l’atto del leggere, in un gesto quotidiano: la colazione. Ed è così che è nato l’hashtag #bookbreakfast.

Durante la chiacchierata, Stefania ha spiegato di aver vissuto in un paese di campagna nel Varesotto, dove il suo “antidoto contro la solitudine” (citando David Foster Wallace) sono stati proprio i libri: la lettura da sempre è stata per lei un piacere libero, personale, ed è per questo che ha deciso, sul suo profilo Instagram, di consigliare i libri usando come unica motivazione i libri stessi, senza aggiungere sue opinioni personali.

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Ma come è nato il progetto di Colazioni d’autore, edito da Slow Food Editore e pubblicato nel settembre 2017? Petunia racconta che c’è dietro un lungo lavoro: innanzitutto, di selezione dei titoli (che in origine erano ben trecento, poi ridotti a settantaquattro), ma anche di ricerca di ricette adatte ad ogni libro e di perfette disposizioni sulla tavola.

I libri che Petunia sceglie per le sue foto sono tutti libri che le sono piaciuti e, allo stesso modo, ha provato tutte le ricette delle colazioni che arricchiscono il libro (ridendo, dice, che per una intera estate si è ritrovata a fare colazione più volte al giorno!).

Alcune curiosità sul libro:

  • tutte le foto sono scattate dall’alto e con luce naturale, d’estate
  • le colazioni riproducono ricette menzionate nel libro in questione o comunque cercano di riprendere le abitudini alimentari del luogo e del tempo nei quali il romanzo è ambientato
  • i prodotti utilizzati per le ricette sono semplici e facilmente reperibili sul mercato, seguendo il credo di Slow Food: “buono, pulito e giusto”
  • quelli presenti nel libro sono tutti consigli letterari e ricette inediti, che non erano già stati pubblicati su Instagram
  • Petunia ha un “sogno”: un secondo libro, “Cocktail d’autore”!

L’incontro con l’autrice si è poi concluso con un delizioso brunch, ricco dei prodotti di Binaria Bottega, che sono frutto dei terreni confiscati alle mafie e coltivati e gestiti da diverse cooperative, unite in Libera Terra.

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Binaria “non è un centro commerciale, ma commensale; qui si costruiscono comunità, cultura e convivialità per tutelare, con il contributo di tutti, la dignità delle persone”.

ORARI DI BINARIA: lunedì-sabato 10.00/22.00 e domenica 11.00/15.00 – 18.00/22.00

Se volete conoscere Binaria, ecco alcuni degli eventi che si svolgeranno in novembre:

  • Sabato 4 novembre, ore 12.30: Un pranzo su libri, curiosità e progetti futuri di NN editore (ingresso + pizza 7€, prenotazione obbligatoria)
  • Lunedì 6 novembre, ore 18.30: Corruzione e politica. Luigi Ciotti dialoga con Piercamillo Davigo e Rocco Sciarrone
  • Martedì 7 novembre, ore 18: Venti da nord-est. Storie di alcolismo e tracce d’uscita, in collaborazione con l’Associazione Aliseo. Letture, musica e tanto altro
  • Mercoledì 8 novembre, ore 18: Carmine Iovine presenta il suo libro L’isola di Macondo. La bellezza che resiste tra le onde delle Egadi. Con l’autore Piero Ferrante e Pasquale Somma
  • Venerdì 10 novembre, ore 21: Raccontare le mafie, raccontare la lotta alle mafie. Serata con PIF, Gian Carlo Caselli e Luigi Ciotti
  • Martedì 14 novembre, ore 18: Sud Sudan. Il lungo e sofferto cammino verso pace, giustizia e dignità con l’autore padre Daniele Moschetti
  • Mercoledì 15 novembre, ore 18.30: Troppa medicina. Con l’autore Marco Bobbio interviene Piero Bianucci

Un grazie al Gruppo Abele e a Binaria per le mille opportunità che offrono, a Petunia Ollister per la piacevole chiacchierata e alle mie amiche del Club del Libro.

Elisa

33. Superzelda. La vita disegnata di Zelda Fitzgerald – Tiziana Lo Porto e Daniele Marotta

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15 ottobre 2017

Per la prima volta, il Club del Libro ha affrontato la lettura di un romanzo grafico o, per usare la definizione inglese, un graphic novel. Il romanzo grafico o romanzo a fumetti fa parte del genere narrativo del fumetto, ma proprio come un romanzo, è autoconclusivo. La prima difficoltà durante la lettura di un graphic novel è quella di concentrarsi anche sui disegni e non solo sulle parole, come sono in genere abituati i lettori di romanzi. Una volta trovato, però, il giusto equilibrio, il piacere della lettura torna vivido.

Durante l’incontro, sono stati manifestati pareri discordanti: le critiche maggiori sono state mosse nei confronti dei disegni, che a molti non sono piaciuti, perché fin troppo “caricaturali e distorti”. Accesa poi è stata la discussione sui Fitzgerald, due personaggi che certamente non possono essere definiti simpatici o composti, ma che meritano di essere conosciuti più a fondo per poter essere un po’ più compresi nel loro essere straordinari (nel senso più stretto del termine, extra-ordinem, fuori dall’ordinario).

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Stefania non era purtroppo presente all’incontro, ma il suo contributo credo possa essere fondamentale, essendo lei una grande appassionata e conoscitrice dei Fitzgerald. Quindi, lascio a lei la parola:

Dare un giudizio su Superzelda significa per me camminare su un filo teso sull’abisso, come un funambolo. Un filo agganciato a due estremità che sono le uniche certezze, indiscutibili (quando tutto il resto è un salto nell’abisso di ciascun cuore umano): la prima certezza è che i Fitzgerald erano insopportabili; e la seconda è che hanno fatto la Storia della Letteratura.

Superzelda non è autosufficiente, per scelta: non punta sull’arte visiva – i suoi sono disegni leggeri, delicati scarabocchi. E per narrare la propria storia dà per scontate due cose: che si abbia già una certa familiarità con la vicenda-leggenda Fitzgerald e che, soprattutto, si conoscano e si amino i romanzi di Scott. Soltanto su queste basi e a queste condizioni, secondo me, questo graphic novel può raggiungere il suo scopo: è ad un pubblico specifico, gli amanti di Francis Scott Fitzgerald, che volontariamente sceglie di rivolgersi.

Per dire che cosa? Quale sarebbe, dunque, questo suo scopo?

Puntare i riflettori su Zelda, in un’epoca lontana da quella in cui è vissuta (epoca, quest’ultima, in cui non avrebbe avuto bisogno, per brillare, di nessun aiuto): il tempo della letteratura ha tramandato il valore di Scott, dei suoi libri (carta canta), ma si è spesso dimenticato di Zelda.

Delitto profondamente meschino –  visto che Fitzgerald, senza Zelda, non vale nulla. Non parlo dell’uomo, non mi permetterei: parlo dello scrittore.

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Francis Scott Fitzgerald è stato uno dei grandi scrittori del ‘900: a volte, rileggendo quell’ultima fatale pagina del Grande Gatsby, mi viene da pensare addirittura che sia stato IL più grande. È il simbolo di un’epoca intera, i Roaring Twenties, l’Età del jazz: “ne ha creato il costume” – per citare Fernanda Pivano – ed ha costruito una letteratura nuova, indipendente e autonoma, per la “nuova” America affamata di emancipazione dalla tradizione artistica europea.

《Gatsby credeva nella luce verde, al futuro orgastico che anno dopo anno indietreggia davanti a noi. Ci è sfuggito allora, ma non importa: domani correremo più forte, allungheremo ancora di più le braccia… E una bella mattina… Così remiamo, barche controcorrente, risospinti senza sosta nel passato.》

Il grande Gatsby, Francis Scott Fitzgerald

Non si può mettere in discussione il suo valore letterario: così come non può discutersi quello di Omero, di Dante, di Shakespeare. Persino Hemingway – non esattamente di temperamento affabile e propenso ai complimenti – scriverà le migliori pagine di Festa mobile proprio su di lui (e su Zelda):

Il suo talento era naturale come il disegno fatto dalla polvere sulle ali di una farfalla. Sulle prime lui non l’aveva capito più di quanto lo capiva la farfalla e quando veniva guastato o cancellato non se ne accorgeva. Più tardi si rese conto dei danni subiti dalle sue ali e di come erano fatte e imparò a pensare. Aveva ripreso a volare e io ho avuto la fortuna di conoscerlo proprio dopo un felice momento della sua attività di scrittore anche se non della sua vita.”

Ma dietro Scott c’era sempre, e ci sarà sempre lei: Zelda. C’è lei nei suoi personaggi femminili; è lei l’oggetto dell’amore dei personaggi maschili; è la fiamma di vita che alimenta la sua penna; e dietro e dentro la sua penna stessa, a leggere correggere consigliare ispirare. Ci sono i suoi modi di dire, il suo stile di vita, le sue lettere e i suoi diari, nelle parole di Scott: Scott “scrive” Zelda, continuamente.

Gli anni Venti, che la conobbero, le tributarono il giusto ruolo: erano i Fitzgerald gli eroi (maledetti), non Scott da solo. A noi, invece, giungono i meravigliosi romanzi, traghettati dalle navi del tempo, e solo un’eco lontana di Zelda Fitzgerald. E così non possiamo metterla a fuoco, offuscati dalla leggenda e confusi dai personaggi che potrebbero essere lei, ma fino a che punto sono davvero reali?

Superzelda ha il fine – dichiarato fin dal titolo, come una bandiera – di accendere i riflettori su Zelda: ma rinuncia a celebrare (rinuncia a tavole preziose) e non si confonde col tono lirico della prosa di Fitzgerald – tono imitato dalla maggior parte dei loro biografi e commentatori… – anzi, se ne allontana il più possibile, sfociando quasi nella “commedia” e nel divertimento: nulla potrebbe infatti essere più lontano dalla visione narrativa di Francis Scott Fitzgerald. 

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Ed è qui che sta il suo valore: allontana la prospettiva, così che guardiamo con nuovi occhi, meno influenzati dall’amore per i romanzi, e ci lasciamo trasportare dalla leggerezza del tono. Quella leggerezza che, molto spesso, è più efficace della commemorazione pomposa per andare a segno: mettere una pulce nell’orecchio, suggerire un’idea.

Certamente non può essere trattata come una vera e propria biografia – a questo proposito suggerirei La morte della farfalla di Pietro Citati, gli articoli di Fernanda Pivano e, perchè no, proprio Festa mobile di Hemingway. E secondo me non la si può nemmeno apprezzare a pieno, perché sarebbe un prodotto quasi del tutto inutile, senza essersi prima persi fra le pagine di Fitzgerald, come quelle di The Great Gatsby o di Tender is the Night.

Se non le si chiede più di ciò che vuole dare, è una lettura imperdibile.

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《 Fitzgerald sapeva che Zelda era più forte di lui, e talvolta lo considerava una donnicciola. Malgrado la bellezza dei propri romanzi, egli riconosceva persino che lei possedeva, nei momenti più alti, “una fiamma più intensa di quanto io abbia mai avuta”: la forza che prorompeva dalla follia. Così Zelda cercava o dava la caccia a un uomo più forte di lui, al quale appoggiarsi. Non lo trovò mai. Ma era vero anche il contrario: sebbene fosse così imperiosa, ostinata e inflessibile, Zelda fu soltanto la “bambina” di Fitzgerald. La regina delle farfalle aveva bisogno della protezione del marito, perché solo lui le rendeva il mondo visibile e palpabile.
Forse non esistevano né forti né deboli,  né bambini né adulti. Zelda e Fitzgerald erano troppo vicini: vicini come furono raramente esseri umani; e l’eccesso della vicinanza fra gli dèi e gli uomini, come fra gli uomini e le donne, brucia i cuori e le vite. Sia come persone sia come scrittori, erano complici. Fitzgerald copiava le lettere e i diari di Zelda, inserendoli di nascosto in “Di qua dal paradiso”, in “Belli e dannati”, e “Tenera è la notte”: le sottoponeva, pagina dopo pagina, i suoi racconti e romanzi; e quando non riusciva a vedere i personaggi del “Grande Gatsby”, la moglie li disegnava e disegnava fino a farsi dolere le dita, cercando di catturare le immagini che fuggivano la penna del marito. Erano la stessa persona, con due cuori e due teste; e questi cuori e queste teste si volgevano appassionatamente l’una verso l’altro, l’una contro l’altro, fino ad ardere in un unico rogo. 》

La morte della farfalla, Pietro Citati

Alla luce delle considerazioni di Stefania, possiamo concludere che il lavoro di Tiziana Lo Porto e Daniele Marotta va osservato anche attraverso il filtro di ciò che è stato scritto dagli stessi Scott e Zelda Fitzgerald. In ogni caso, può essere un ottimo spunto per iniziare a fare la conoscenza di questa folle coppia che ha animato gli anni Venti.

A conclusione dell’incontro del CdL, inoltre, abbiamo guardato il primo episodio della serie tv Z: The Beginning of Everything, sviluppata da Amazon Prime Video:

 

Pur da totali inesperti di romanzi grafici e sebbene siano state riscontrate alcune difficoltà nella lettura di questo genere letterario, siamo comunque incuriositi ed è per questo che il nuovo filone di letture inaugurato con Superzelda verrà portato avanti, alla scoperta di un mondo per noi nuovo. Questo, in fondo, è uno degli scopi del Club del Libro: essere curiosi, scoprire, imparare.

E voi? Avete letto Superzelda? Siete appassionati di graphic novel e avete dei titoli da consigliarci? Lasciateci qui sotto i vostri commenti!

Elisa

32. L’amica geniale – Elena Ferrante

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30 settembre 2017

Il nuovo inizio del Club del Libro è stato scoppiettante! Elena Ferrante, col primo volume della tetralogia de L’amica geniale, ha infatti suscitato un dibattito molto acceso. Mi sembrava giusto, quindi, prima di iniziare a parlare di questo libro, ricordare che, in quanto lettori, abbiamo dei diritti imprescindibili ai quali possiamo sempre fare ricorso. Per fare ciò ho approfittato del fondamentale decalogo di Daniel Pennac e in questo mi è stata d’aiuto Escherichia libri, che lo ha messo nero su bianco (in foto, la lista dei diritti riprodotta da Escherichia libri):

1. Il diritto di non leggere

2. Il diritto di saltare le pagine

3. Il diritto di non finire il libro

4. Il diritto di rileggere

5. Il diritto di leggere qualsiasi cosa

6. Il diritto al bovarismo (malattia testualmente contagiosa)

7. Il diritto di leggere ovunque

8. Il diritto di spizzicare

9. Il diritto di leggere ad alta voce

10. Il diritto di tacere

Perché mi serviva ribadire questi diritti ai miei compagni di avventura del CdL? Semplice, perché questo libro qualcuno l’ha voluto rileggere, perché qualcuno lo avrebbe volentieri abbandonato (e magari gettato dalla finestra), qualcuno si è chiesto se saltandone delle pagine si sarebbe davvero perso qualcosa e qualcun altro si è immedesimato così tanto da rivivere la propria infanzia ed adolescenza.

Ma andiamo con ordine. Perché questo libro non piace?

Le motivazioni sono tante e molti lettori del Club hanno mosso critiche negative sul lavoro della Ferrante. Per qualcuno il difetto principale è stata l’assenza di “poesia”, la scrittura fin troppo semplice, povera, la mancanza di profondità. A ciò si aggiunga l’evidente e fastidioso aspetto dell’operazione editoriale: questo primo volume è interrotto bruscamente e quasi obbliga il lettore ad acquistare il capitolo successivo (e poi ancora gli ulteriori due). Ridondante è stato definito il continuo ribadire la qualità del rapporto tra le protagoniste, Lila e Lenù, un rapporto sempre uguale a se stesso, che non trova variazioni, né momenti di sviluppo e crescita. Questo romanzo è stato anche paragonato ad una fiction televisiva, come un susseguirsi di episodi dai quali lo spettatore si sente ammaliato, ma che, alla fine, non lo arricchiscono in alcun modo.

Lila era imprevedibile. I maschi che le giravano intorno erano quasi uomini, pieni di pretese. Di conseguenza, tra progetto delle scarpe, letture sul mondo orribile dentro cui eravamo finite nascendo, e fidanzati, non avrebbe avuto più tempo per me. A volte, al ritorno da scuola, facevo un giro per non passare davanti alla calzoleria. Se invece vedevo lei in persona, da lontano, per l’angoscia cambiavo strada. Ma poi non resistevo e le andavo incontro come a una fatalità. 

Perché invece L’amica geniale piace?

Piace perché dentro questo romanzo ci sono la fantasia tipica dell’infanzia e l’insicurezza propria dell’adolescenza, c’è la ragazzina insicura che tutti siamo un po’ stati, c’è l’amica brillante e un po’ persino cattiva che tutti abbiamo avuto. C’è la povertà, materiale ed anche culturale, c’è il tentativo, a volte esasperato, di fuggirle; c’è il bisogno di rivalsa, c’è il coraggio di provarci, ci sono i fallimenti. C’è poesia (in particolare, poetica è stata definita la descrizione delle “smarginature” di Lila) . C’è verità e realtà. L’amica geniale è stato descritto come un libro che parla a tutti, un libro che si apre, con la sua schiettezza e semplicità, ad ogni lettore. La Ferrante ha quindi suscitato emozioni, risvegliato ricordi di infanzia e dato voce a vecchie ferite; ha inoltre raccontato la storia di molte periferie italiane, mostrandone il lato crudo, le debolezze, ma anche le aspirazioni.

Lei era così, rompeva equilibri solo per vedere in quale altro modo poteva ricomporli.

Chi non avesse letto L’amica geniale potrebbe giustamente pensare che io stia parlando di due libri diversi, se non diametralmente opposti! E invece no, tutto questo dentro uno stesso libro, tutte queste riflessioni derivano dalla stessa lettura. Non possiamo che trarne una importantissima lezione: un libro è un’arma potentissima per sviluppare idee, per suscitare emozioni, ma lo è in modo diverso in base al lettore che si trova di fronte. E il dialogo, la condivisione diventano così un momento fondamentale, nella vita di noi lettori, per capire meglio i libri e noi stessi e per conoscere, nel senso più profondo del termine, gli altri.

Concludo con una riflessione che Alessandra ha trovato e condiviso durante l’incontro: “I conflitti nascono dalle differenze. Se vedessimo le differenze come arricchimento reciproco, le trasformeremmo in occasioni di dialogo, che non è un dibattito di idee, ma un sapersi ascoltare e rispettare reciprocamente. Il dialogo porta un contributo alla costruzione di un mondo dove la varietà è ricchezza e dove le diversità contribuiscono ad unire invece che a separare. Lo spazio di cui l’altro ha bisogno per esprimersi è dentro di me, perché nessun diritto che gli sia concesso lo farà esprimere liberamente se io non do priorità ad un ascolto profondo e totale. Quindi, dare priorità all’ascolto dell’altro dipende da me. In seno alla famiglia, sul lavoro, in qualsiasi ambiente cerchiamo di essere costruttori di dialogo e di intesa reciproca”.

Ed è proprio sul dialogo che si fonda il Club del Libro.

Al prossimo incontro!