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41. La scopa del sistema – David Foster Wallace

DFW

“Mindy aveva ricominciato a guardare il vestito viola. Alzò gli occhi e li puntò su quelli tondi di Candy. – Noi ci conosciamo? – chiese.
– No, non credo. – Candy scosse la testa, poi la chinò di lato. – Perché?
– Non so. Non vorrei sembrarle scortese, ma quel vestito sono sicura di averlo già visto.
– Questo vestito? – Candy abbassò lo sguardo sul vestito. – È un vestito incredibilmente vecchio. Era di una mia amica (…). Lenore Beadsman, le dice qualcosa?”

30 settembre 2018

Quando lo scorso luglio il Club del Libro ha proposto e votato La scopa del sistema come lettura per l’incontro di settembre, pochi membri del gruppo conoscevano e avevano già letto David Foster Wallace e nessuno aveva fatto caso al fatto che, proprio a settembre, ricorreva il decimo anniversario della sua morte. Wallace morì suicida, all’età di 46 anni, il 12 settembre 2008. Tale coincidenza ci ha permesso forse ancora di più di conoscerlo, non solo attraverso al suo libro, ma anche grazie a una serie di conferenze tenutesi al Circolo dei Lettori di Torino in questa occasione e uno speciale del Robinson (il settimanale culturale della domenica di Repubblica) dedicato appunto a DFW.

David Foster Wallace era un genio, un uomo appassionato e empatico, uno studioso, uno sportivo, un uomo impegnato socialmente e politicamente, un uomo dai mille interessi e altrettante capacità. Guardava il mondo e l’umanità con gli occhi curiosi e attenti di un bambino, li interpretava con la mente di un filosofo e con il giudizio critico di un matematico, li amava e capiva con il cuore puro di un brav’uomo.

Capivi la sua libertà intellettuale nel modo in cui affrontava lo sport: nessuna differenza rispetto alla passione e alla competenza che dimostrava quando parlava di Kafka o Céline. E capivi il suo genio dai collegamenti inaspettati e folgoranti: il conformismo era per lui una trappola quanto l’anticonformismo.

Antonio Monda, da Robinson 9 settembre 2018

Ci sono autori e libri che rendono gli incontri del CdL particolarmente vivi, intensi e ricchi e Wallace e La scopa del sistema sono sicuramente tra questi. La scopa del sistema fu la tesi in scrittura creativa e, al tempo stesso, il romanzo d’esordio di DFW, pubblicato nel 1987, quando egli aveva solo 25 anni; già  conoscere questa informazione ha cambiato la chiave di lettura di molti partecipanti all’incontro: come può un ragazzo così giovane aver scritto pagine tali? Questa la domanda più impellente, tra sentimenti misti di ammirazione, incredulità e anche tristezza, dispiacere: in questo libro, infatti, si scorge il genio, ma anche, in un certo senso, la depressione che lo affliggeva, perché è poca la luce che emerge tra le pagine.

La scopa del sistema ha dato vita a un acceso dibattito, non tanto una contrapposizione tra chi ha odiato e chi ha amato questo libro, ma piuttosto una discussione rivolta alla ricerca del suo significato più profondo e autentico, tra scetticismo e curiosità. La scopa del sistema è stata paragonata, durante l’incontro, ad un farmaco con eccessivi effetti collaterali, tali da indurne la sospensione: i personaggi bizzarri che popolano il romanzo, il linguaggio ostico, gli eventi surreali e i continui salti nel tempo e nello spazio del racconto hanno reso, per molti, la lettura estremamente faticosa e, talvolta, persino fastidiosa. Senza dubbio, DFW gioca col lettore, ponendolo di fronte a numerosi pezzi di un puzzle che sarà lui stesso a dover comporre (o, come è stato detto, il libro è un insieme di “spezzoni di un film di cui manca il montaggio e di cui proprio il lettore deve farsi carico”), senza che lo scrittore lo conduca mano nella mano, ma anzi chi legge deve in qualche modo “arrangiarsi”. E forse proprio per questo motivo, qualcuno si è sentito inadeguato e perso durante la lettura, qualcuno infastidito tanto da dover desistere e altri invece hanno vissuto la lettura come una sfida e l’hanno portata a termine proprio attirati dalla sua difficoltà, ma comunque rimanendo scettici a riguardo e arrivando a dire che “La scopa del sistema è un minestrone di cui non si capisce il gusto: c’è troppo al suo interno”.

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Illustrazione di Emiliano Ponzi per Robinson

 

Ed è forse proprio l’abbondanza (di concetti, di parole, di personaggi, di storie, di dettagli, …) ad essere il più grande difetto e, insieme, il più grande pregio di questo romanzo. Tanto che la trama viene come sommersa, è come se questa passasse in secondo piano, come se fosse semplicemente una base su cui poggia il vero interesse di DFW, ovvero le parole. Lo scrittore è quasi maniacale nella scelta di ogni singolo termine e della punteggiatura e sfrutta tutte le possibilità che gli fornisce la lingua inglese, utilizzando modi di dire e giochi di parole, che spesso risultano intraducibili in altre lingue. Si può quindi dire che questo libro non possa essere capito fino in fondo, sia per la presenza di innumerevoli strati di significati (è un continuo romanzo nel romanzo, racconto nel racconto) sia per la barriera linguistica (sormontabile solo da chi possieda un’importante conoscenza della lingua inglese). Ed è proprio per questo che se dovessimo descrivere la trama di La scopa del sistema, non ne saremmo in grado.

“Questo racconto mi sembra quasi impossibile da tradurre, in particolare per l’abbondanza di usi irregolari, e tipicamente anglofoni, nella punteggiatura e nei dispositivi sintattici”; ” non so come puoi sperare di far passare tutto questo in un’altra lingua”; “il racconto non avrà senso oppure dovrai riscriverlo, perdendo molte delle anomalie linguistiche che (a mio parere) sono il suo punto di forza”; “non ho idea di come si possano ottenere questi effetti in traduzione. desolatamente, David Foster Wallace”. Sono tutti brani di una stessa lettera che Wallace mi scriveva nel giugno 2001, in risposta a una richiesta di chiarimenti su alcuni punti di un suo racconto (…). Lavoravo come traduttrice solo da tre anni e non avevo mai incontrato  un tale scetticismo, una tale resistenza, nei confronti del mio mestiere. Mi si spezzò un po’ il cuore. Poi, con tutta la cura del mondo, tradussi comunque: perché capivo. Come capisce chiunque ami questo scrittore proverbialmente “difficile” e cervellotico, e al tempo stesso capace di generare in alcuni lettori una commozione e un’empatia straordinari. Il punto è che per Wallace il linguaggio era l’unico modo per ovviare al fatto che siamo esseri finitissimi, sofferenti e dolorosamente chiusi in noi stessi. Esprimersi linguisticamente con cura, precisione, originalità, riproducendo nella maniera più genuina possibile la ricchezza di idee, emozioni, immagini che si ha dentro può creare vera comunicazione tra sé e l’altro, scavalcare i confini del corpo, del tempo, dello spazio: è questa la potenza magica della letteratura, il clic che unisce d’un tratto scrittore e lettore nell’attimo in cui le parole sulla pagina creano riconoscimento. “Il mondo reale è pieno di solitudine esistenziale”, diceva in un’intervista. “Io non so cosa stai pensando o cosa si prova a stare dentro la tua testa, e tu non sai cosa si prova a stare dentro la mia. Nella letteratura penso che in un certo senso riusciamo a saltare oltre questo muro”.

La sua prosa studiatissima e sudatissima in cui non c’è neanche un segno di punteggiatura inserito con sciatteria o per caso, il suo apparente desiderio di rivestire delle parole giuste ogni concavità, convessità e ramificazione del pensiero o della realtà sembrano a volte rasentare la pedanteria, ma sono in realtà segno di un’enorme generosità e onestà intellettuale, non un gesto di esibizionismo snob, ma il tentativo (appassionato, quasi disperato) di stabilire un contatto autentico e solidale con il lettore. A uno scrittore del genere non c’è da stupirsi che la possibilità di fraintendimento – e comunque l’impossibilità della fedeltà – insista in ogni traduzione facesse paura. Si trattava di quel delicatissimo sforzo di qualcun altro, senza poterne verificare l’esito. Eppure, con la sua tipica cura, dopo le dichiarazioni di scetticismo, si dedicava a rispondere minuziosamente alle mie domande, dandomi mille spiegazioni sui punti dubbi; e non mancava mai di ribadirmi con affetto la sua fiducia.

Il nemico di Wallace, insomma, non sono mai stati i suoi traduttori. Il nemico di Wallace era la lingua che non assolve con rigore e con passione alla sua funzione salvifica, la lingua banale, sciatta, stereotipata, approssimativa, la lingua che compiace e ottunde, la lingua dell’ironia vuota, cinica e cooptata dal sistema: più nello specifico, la lingua della pubblicità, degli slogan, della propaganda. Quella che non mette in comunicazione le coscienze, non le fa scintillare, ma le addomestica e le inebetisce, lasciandole isolate e indifese. Ed è contro questa lingua che la sua opera resta un baluardo prezioso.

Martina Testa, da Robinson 9 settembre 2018

Durante l’incontro, più volte il romanzo è stato descritto come intriso di surrealismo e, altrettanto spesso, si è definito Wallace come estremamente realista; non è forse questo paradossale? E invece in ciò sta gran parte del fascino di DFW, scrittore in grado di raccontare storie paradossali, popolate di personaggi folli e psichedelici, mettendo però a fuoco ogni dettaglio nella descrizione sia dei personaggi sia degli oggetti e dei paesaggi in cui le vicende si svolgono. Nella sua scrittura, Wallace è molto fisico, corporale, lenticolare e tra le sue pagine concreto e astratto si fondono in maniera talmente armoniosa da risultare, infine, poetica.

Eccone un esempio:

“Uno degli alberi in cima alla collina, che mi fermai a guardare giocherellando col berretto e riprendendo fiato dopo la salita e mentre la fila di studenti si biforcava per superarmi e poi sparire al suono della campanella nei due edifici principali, uno di quegli alberi stava cominciando ad ardere di colore, leggermente, un mero alito di rosso esitante soffuso intorno al profilo dell’albero stagliato contro il sole, il sangue dell’albero defluito per primo dalle foglie più distanti dal suo cuore; concentrai il mio sguardo sull’alito di rosso sgualcito che incorniciava un corpo di verde morbido, con la luce del sole che ammiccava attraverso i rami al loro fremere e frusciare nella brezza, finché venni richiamato altrove dalla duplice urgenza di rimembrare e far pipì.”

Un altro aspetto che non è passato inosservato durante la lettura e la discussione su La scopa del sistema è il modo in cui Wallace esamina e mette in luce ogni aspetto della natura umana, mostrandone anche gli aspetti più crudi e meno dignitosi, non nascondendone i difetti peggiori. DFW fu molto impegnato socialmente e politicamente e non si tirò mai indietro dal criticare la società in cui viveva, ma quello che colpisce è il fatto che egli non abbia mai smesso di guardare se stesso e gli uomini tutti, in generale, con grande empatia e autentica umanità: la sua non è una critica sterile, distruttiva, ma ha sempre come scopo quello di rendere le persone più consapevoli di se stesse, degli altri e del mondo che le circonda.

La libertà di essere tutti dei signori di minuscoli regni grandi come il nostro cranio, soli al centro del creato. Questo tipo di libertà ha molti lati positivi. Ma naturalmente
vi sono molti altri tipi di libertà, e del tipo che è il più prezioso di tutti, voi non sentirete proprio parlare nel grande mondo esterno del volere, dell’ottenere e del mostrarsi. La libertà del tipo più importante richiede attenzione e consapevolezza e disciplina, e di essere veramente capaci di interessarsi ad altre persone e a sacrificarsi per loro più e più volte ogni giorno in una miriade di modi insignificanti e poco attraenti. Questa è la vera libertà. Questo è essere istruiti e capire come si pensa. L’alternativa è l’incoscienza, la configurazione di base, la corsa al successo, il senso costante e lancinante di aver avuto, e perso, qualcosa di infinito.

This is water, David Foster Wallace, dal discorso per la cerimonia delle lauree al Kenyon college, 21 maggio 2005

Parlare di La scopa del sistema non è un compito semplice (come si può non tralasciare niente di un libro così intenso e ricco e “infinito” tanto da non avere neppure il punto di fine nell’ultima riga dell’ultima pagina?) e tanto meno lo è parlare di David Foster Wallace. Non resta che consigliare di leggere i suoi scritti per farsi una propria idea, o almeno provarci. O forse sarebbe meglio non dare questo consiglio, chi lo sa.

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Illustrazione di Emiliano Ponzi per Robinson

 

Be’, era chiaramente il più dotato di tutti. Leggeva del mondo pagine in più, o righe nascoste, che nessuno vedeva; non necessariamente erano passaggi fondamentali, ma è vero che il composto chimico che chiamiamo vita nasce anche da certo spreco gratuito, esibizione insignificante, generosità senza scopo; lui registrava tutto, in modo meticoloso e ilare; ne rendeva poi conto in quella prosa che sembrava sgorgargli facilissima – ma non so se così fosse – e tentacolare e luminosa. Non sembravano porgergli difficoltà i labirinti della lingua, della sintassi, del lessico. Era uno di quegli scrittori, rarissimi, in cui la scrittura sembra la forma necessaria del pensiero, il naturale epilogo dell’intelligenza, un necessario detrito di un processo di comprensione. Capiva e quindi scriveva.

Alessandro Baricco, da Robinson 9 settembre 2018

E voi cosa ne pensate?

Al prossimo incontro!

 

 

 

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34. Il dio delle piccole cose – Arundhati Roy

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12 novembre 2017

«Rahel», disse Ammu. «Ti rendi conto di quel che hai detto?»

Due occhi spaventati e una fontana si girarono verso Ammu.

«Va tutto bene. Non aver paura», disse Ammu. «Rispondimi e basta. Ti rendi conto?»

«Di cosa?» disse Rahel con la più sottile delle sue voci.

«Di quello che hai detto», disse Ammu.

Due occhi spaventati e una fontanella si girarono verso Ammu.

«Lo sai cosa succede quando ferisci le persone?» disse Ammu. «Quando le ferisci, cominciano a volerti meno bene. Ecco cosa fanno le parole sbadate. Fanno sì che gli altri ti vogliano un po’ meno bene».

Una fredda farfalla notturna con ciuffi dorsali inusitatamente fitti atterrò leggera sul cuore di Rahel. Dove le sue zampette ghiacciate la toccarono le venne la pelle d’oca. Sei pellodoche sul suo cuore sbadato.

La sua Ammu le voleva un po’ meno bene.

Le parole bisogna sceglierle con cura, le parole sono armi potentissime e bisogna saperle maneggiare. Ed è per questo che, per raccontarvi Il dio delle piccole cose, mi affiderò alle parole, in particolare a quelle che più spesso abbiamo pronunciato durante l’incontro del Club del Libro:

  • India. Arundhati Roy non scrive per compiacere il lettore occidentale, non racconta l’India che visitano i turisti ingenui, ma descrive senza il filtro del pudore la realtà, i gesti quotidiani, gli umani bisogni e le dinamiche di una famiglia del Kerala, stato dell’India sud-occidentale. L’India degli anni ’60-’90 si presenta quindi al lettore in tutte le sue contraddizioni: la meravigliosa potenza delle sue tradizioni (viene ad esempio descritto con maestria il kathakali, una forma indiana di danza-teatro) e, al tempo stesso, la terribile presenza, altrettanto legata alla tradizione, di un sistema di rigide caste.

Non aveva importanza che la storia fosse già iniziata, dal momento che il kathakali ha scoperto molto tempo fa che il segreto delle Grandi Storie è che esse non hanno segreti. Le Grandi Storie sono quelle che abbiamo già sentito e che vogliamo sentire di nuovo. Quelle in cui possiamo entrare da una parte qualunque e starci comodi. Non ci ingannano con trasalimenti e finali a sorpresa. Non ci sorprendono con l’imprevisto. Ci sono familiari come le case in cui abitiamo (…). Nelle Grandi Storie sappiamo chi sopravvive, chi muore, chi trova l’amore e chi no. E ciononostante vogliamo sentirle un’altra volta. In questo consiste il loro mistero e la loro magia. Per l’uomo del kathakali queste storie sono i suoi figli e la sua infanzia. Ci è cresciuto in mezzo.

  • Amore (malato). Il dio delle piccole cose è la storia di una famiglia, una famiglia in cui, però, i legami affettivi sono ambigui, hanno più facce: c’è l’amore che lega due fratelli gemelli, separati durante l’infanzia, c’è l’amore di una madre che paga la “colpa” di amare anche se stessa, divorziando da un marito alcolizzato, c’è una moglie che piange molte lacrime al funerale di un marito che la picchiava, c’è l’amore e la disperazione di un padre al quale viene sottratta la figlia, c’è amore passionale, ci sono pregiudizio, sospetto, cattiveria pura.

Mammachi pianse tanto, al funerale di Pappachi, che le lenti a contatto le uscirono di posto. Ammu disse ai gemelli che Mammachi piangeva perché ormai era abituata a suo marito, e non perché lo amasse davvero. Si era abituata a vederlo gironzolare attorno alla fabbrica di conserve, e si era abituata a una razione di botte di tanto in tanto. Gli esseri umani sono creature abitudinarie, diceva Ammu, ed è sorprendente a cosa sono capaci di adattarsi.

  • Confusione/disordine. Si tratta infatti di un romanzo in cui la narrazione non è lineare, ma un susseguirsi di salti temporali tra il presente ed il passato, che fa perdere il lettore in un dedalo di avvenimenti. Per alcuni questo rappresenta il punto forte del libro, in quanto confonde, sì, le idee, ma col fine ultimo di dare un piacere vero al termine della lettura, ovvero quello di aver trovato e messo insieme tutti i pezzi di un complicato (ma inevitabile) puzzle; per altri questa tecnica narrativa distoglie troppo dalla trama, rendendo non solo difficoltoso, ma addirittura poco piacevole continuare a leggere.

Pioveva, quando Rahel tornò ad Ayemenem (…). La casa sembrava vuota. Porte e finestre serrate. La veranda anteriore nuda. Senza mobili. Ma la Plymouth azzurrocielo con gli alettoni cromati era ancora parcheggiata lì fuori e, dentro casa, Baby Kochamma era ancora viva (…).

C’era mancato poco che nascessero su una corriera, Estha e Rahel. L’auto con la quale Baba, il loro padre, stava portando Ammu, la loro madre, all’ospedale di Shillong si guastò sulla strada tortuosa fra le piantagioni di tè dell’Assam.

  • Storia. Arundhati Roy ha creato anche un altro personaggio, silenzioso, ma che tesse la trama di tutte le vite che popolano il romanzo. La Storia è presente in ogni pagina del libro ed è, al tempo stesso, la Storia del popolo indiano, la Storia dell’umanità tutta e la Storia di ogni singolo individuo. La Storia è una presenza ineluttabile, ma continuamente mutevole e invisibile all’occhio umano, è condizionata da minimi e apparentemente insignificanti gesti, così come dalle più grandi imprese. La Storia segue il suo corso, facendo vittime, incoronando vincitori e gettando nell’oblio i vinti. Almeno a posteriori, però, la Storia bisogna esaminarla, bisogna ricomporne i pezzi, così come è da ricomporre questo libro, che lascia indizi sparsi dalla prima all’ultima pagina.

Forse è vero che tutto può cambiare in un giorno. Che poche manciate di ore possono condizionare l’esito di vite intere. E quando lo fanno, quelle poche manciate di ore, come i resti tratti in salvo da una casa incendiata – l’orologio annerito, la foto strinata, il mobile bruciacchiato – vanno disseppellite dalle rovine ed esaminate. Conservate. Spiegate. Cose normali, piccoli fatti, sventrati e ricostruiti. Impregnati di significati nuovi. Tutto a un tratto diventano lo scheletro sbiancato di una storia.

Secoli compressi in un solo attimo evanescente. La storia sbagliò il passo, fu sorpresa con la guardia abbassata. Fu abbandonata come una vecchia pelle di serpente. I suoi segni, le sue cicatrici, le ferite risalenti ad antiche guerre e i giorni del camminare all’indietro, tutto si staccò e cadde. Al suo posto rimase un’aura, un luccichio palpabile che era facile da vedere come l’acqua in un fiume o il sole lassù nel cielo. Facile da avvertire come il calore in una giornata torrida, come lo strattone dato da un pesce a una lenza tesa. Così ovvio che nessuno lo notò.

  • Poesia.  Il dio delle piccole cose è un romanzo intriso di poesia, la penna di Arundhati Roy è lieve e allo stesso tempo tagliente come quella di un poeta. Il libro è ricco di descrizioni così vivide e di passi così musicali che i cinque sensi quasi si confondo, si mescolano nel leggere la storia.  È evidente però che anche questo è un aspetto che non tutti i lettori apprezzano, in quanto le lunghe pagine descrittive interrompono più e più volte il ritmo della narrazione.

Estha era sempre stato un bambino silenzioso, così nessuno fu in grado di stabilire con qualche precisione (l’anno, se non il mese o il giorno) quando esattamente avesse smesso di parlare. Smesso del tutto, cioè. Il fatto è che non c’era un «esattamente quando». Estha aveva chiuso bottega calando a poco a poco la saracinesca. Un acquietarsi quasi inavvertibile. Come se avesse semplicemente esaurito gli argomenti di conversazione e non gli restasse altro da dire. Il suo silenzio non era mai scomodo. Né invadente. Né rumoroso. Non era un silenzio d’accusa o di protesta, quanto piuttosto una specie di estivazione, un letargo, l’equivalente di quello che fanno i pesci polmonati, i dipnoi, per sopravvivere alla stagione secca; salvo che nel caso di Estha la stagione secca sembrava destinata a durare per sempre.
Col tempo Estha aveva acquisito la capacità di confondersi con qualsiasi sfondo – librerie, giardini, tende, vani delle porte, strade – di apparire inanimato e quasi invisibile a un occhio poco addestrato. Di solito gli estranei ci mettevano un po’ prima di notare la sua presenza, anche quando erano nella stanza assieme a lui. Ci mettevano ancor di più a notare che non parlava mai. Certi non lo notavano affatto. Estha occupava pochissimo spazio nel mondo (…). Una bolla silenziosa fluttuante su un mare di rumori.

  • C’è ancora una parola, infine, ed è forse la più importante: magia. Ma non intendiamo con questo termine il soprannaturale, lo straordinario, l’inspiegabile, intendiamo invece la magia delle Piccole Cose che riempiono la vita umana e che rendono dignitoso un uomo, miserabile una prozia, disperata una madre, immortale una bambina di nove anni (o meglio, il suo ricordo), un’unica anima ed un unico corpo due gemelli. La magia che rende ogni storia irripetibile, ma anche emblematica.

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Come molte altre volte, durante l’incontro, prima della discussione sul libro, abbiamo organizzato quello che noi chiamiamo un “pranzo condiviso”, ovvero ci sediamo intorno al tavolo e ci deliziamo con varie prelibatezze preparate da ciascuno di noi. Questo incontro è stato ancora più speciale del solito: grazie ai padroni di casa, Paola e Fabrizio, che ci hanno fatto trovare un luogo accogliente e una tavola imbandita e ricca di colore, grazie al cibo a tema, come il pollo al curry di Cristina o la salsa Chutney di mango di Pia, con tanto di etichetta “Conserve e Composte Paradiso”, ispirata al romanzo, frutto della fantasia e della bravura di Silvia e Pier.

Quindi, un grazie speciale a tutti coloro che hanno partecipato e reso speciale questo 34° incontro del Club del Libro e, in particolare, grazie ai “nuovi arrivati”, che si sono messi in gioco e aperti con semplicità, gentilezza e partecipazione.

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Qui, potete trovare un’interessante intervista a Arundhati Roy: http://www.repubblica.it/cultura/2016/08/21/news/arundhati_roy_perche_non_ho_paura_-146362261/

E qui la ricetta del Chutney di mango: http://www.unadonna.it/ricette/chutney-di-mango/121162/

Al prossimo incontro!